Please use this identifier to cite or link to this item: http://hdl.handle.net/2307/680
Title: Atto pubblico e scrittura privata nel sistema delle falsita' documentali
Authors: Zannier, Andrea
metadata.dc.contributor.advisor: Trapani, Mario
Issue Date: 18-Mar-2010
Publisher: Università degli studi Roma Tre
Abstract: Da più parti si lamentano le intime incongruenze del sistema delle falsità documentali, le cui applicazioni giurisprudenziali giungono al paradosso di accordare a qualsiasi scritto pubblico innominato, e perciò anche quelli dotati di scarsa o nulla rilevanza nell’ottica della fede pubblica, una tutela più vigorosa di quella riservata ad atti tipici, che godono di maggior credito negli usi sociali e che alla stregua della disciplina extrapenale debbono considerarsi dotati di maggior capacità probatoria. Questo è il risultato di una progressiva dilatazione del concetto di atto pubblico, assurto a categoria generale, circoscritta soltanto in negativo, per sottrazione delle figure normativamente previste, e idonea ad esaurire, insieme alla nozione complementare di scrittura privata, l’intero novero dei documenti penalmente rilevanti. Il lavoro, respinta l’idea che le incriminazioni contenute negli artt. 476 e 479 c.p. provvedano ad individuare autonomamente il proprio oggetto materiale, valutate le possibilità di superare tramite l’esegesi le denunciate antinomie, muove dalla ricerca delle loro ragioni storiche. Nelle intenzioni del legislatore del 1930, come ricostruite sulla scorta dei lavori preparatori, i documenti protetti contro il falso dovevano costituire un insieme frammentario, ordinato gerarchicamente secondo una scala in cui alla maggior lesione del bene giuridico corrispondesse una maggior severità della risposta sanzionatoria. La locuzione ‘atto pubblico’ venne intesa come comprensiva anche, quanto meno, del provvedimento giudiziario, dell’atto normativo e di quello amministrativo, e venne scelta con la certezza che la corrispondente nozione civilistica, palesemente troppo angusta e comunque insufficiente per le esigenze della repressione penale, potesse essere integrata attingendo ad altri rami dell’ordinamento, e principalmente al diritto pubblico. Qui, però, il concetto, lungi dall’aver raggiunto quel grado di precisione che il principio di legalità postulerebbe, è inutilizzato, privo di qualsiasi rilievo pratico, e perciò completamente sconosciuto. L’attenzione della giuspubblicistica si è focalizzata piuttosto sull’atto amministrativo: figura che, anche a causa del mutato modo di intendere i rapporti tra interessi privati e cosa pubblica e di una crescente attenzione per l’attività interna dell’apparato statuale, è stata oggetto di ripetuti ripensamenti e che perciò assume oggi una fisionomia profondamente diversa da quella che poteva avere agli occhi dei compilatori del codice Rocco. Ripercorrere le tappe di questa evoluzione è il punto di partenza per un’analisi che, se non giunge a formulare criteri selettivi idonei a circoscrivere l’area delle scritture pubbliche meritevoli di tutela penale e superare lo stallo di un rinvio normativo ad un concetto totalmente indeterminato, quanto meno offre gli strumenti concettuali per ordinare la composita massa dei documenti che si riportano alla nozione di atto pubblico, cogliendo le differenze che determinano la maggiore o minore importanza di ciascuno di essi nell’ottica della pubblica fede e che potrebbero p erciò giustificare modulazioni della risposta sanzionatoria.
URI: http://hdl.handle.net/2307/680
Appears in Collections:X_Dipartimento di Diritto dell'Economia ed Analisi Economica delle Istituzioni
T - Tesi di dottorato

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