Please use this identifier to cite or link to this item: http://hdl.handle.net/2307/4357
Title: Ernst Jünger : tecnica, tempo e nostalgia
Authors: Menesatti, Valentina
metadata.dc.contributor.advisor: Cipolletta, Patrizia
Keywords: tecnica
nostalgia
Ernst Jünger
organico
Issue Date: 10-Jun-2013
Publisher: Università degli studi Roma Tre
Abstract: Nel corso della ricerca ho tentato di indagare lo stato d’animo della nostalgia nell’opera di Ernst Jünger [1895–1998] dialogando parallelamente con l’imprescindibile questione della tecnica, centrale nel pensiero dell’autore. Ho deciso di lavorare sui testi di Jünger scegliendo, analizzando e citando quegli scritti che risultavano particolarmente di rilievo nel contraltare tecnica-nostalgia. Il lavoro si divide in due parti. Nella prima seguo principalmente il percorso filosofico di Jünger sulla questione della tecnica e lo sviluppo anche grazie al costante confronto con alcuni pensatori tedeschi che hanno vissuto il disagio della modernità. Poi tento di mappare i luoghi letterari jüngeriani oscillanti tra tecnica e nostalgia, raggruppandoli – nella seconda parte – in una sorta di atlante. Ne emerge una geofilosofia dei topoi che Jünger sceglie per fuggire l’accelerazione, la mobilitazione massiva nata sotto l’insegna del lavoro e la dilagante tecnicizzazione e trasformazione del mondo. Ho potuto delineare, attraverso questo percorso, lo stato d’animo scelto come trasporto verso un tempo e uno spazio diversi da quelli offerti nel panorama del mondo mutato della tecnica, come una spinta opposta al lineare avanzare del progresso. La premessa al lavoro è relativa a una breve sintesi della ricezione di Jünger in Italia. Un chiarimento in questo ambito – che avviene accennando alcune delle principali posizioni critiche – è necessario se si pensa che alcune interpretazioni legate a rigide schematizzazioni, hanno a lungo condizionato la diffusione e la circolazione della produzione di Jünger in Italia. Nonostante la sua “riabilitazione” avvenuta durante gli anni Settanta, molti interpreti anche contemporanei tendono a leggere il dopo-operaio come un arenarsi nella perdita della carica spirituale esponenzialmente affievolitasi con il passare del tempo, come uno spiaggiamento in una produzione fiacca, un’estetica letteraria dai contenuti aridi. Altra è la matrice interpretativa che ha indirizzato questa ricerca. Diversi studiosi contemporanei si sono infatti interessati notevolmente anche alla produzione successiva a L’operaio [Der Arbeiter, 1932], tracciando fertili sentieri ancora poco battuti e ampliando la critica sul pensiero di Ernst Jünger. Considerato questo, la mia ricerca si apre tracciando una cornice biografica che cerca di mettere in luce l’epoca in cui Jünger si forma, focalizzando l’attenzione sulla sua adesione al movimento culturale della Konservative Revolution1. L’aspetto conservatore e quello rivoluzionario, emblematici del movimento konservative-revolutionäre che viene analizzato come contenitore del disagio della modernità della Germania weimariana, faranno sempre parte della personalità di Jünger come insanabili tensioni e contraddizioni riscontrabili in tutta la sua produzione letteraria. Per questo ad alcuni capitoli è stato dato un titolo “ossimorico”, valorizzando le coppie oppositive che contraddistinguono i relativi contenuti dei paragrafi sviluppati e cercando al contempo di trasmettere al lettore il profondo senso di frattura interna dell’autore stesso. Lo stesso titolo generale del lavoro: Tecnica e Nostalgia vuole sottolineare che l’argomento che ci si appresta ad affrontare verterà su due elementi in tensione. L’indagine vera e propria si dispiega a partire dagli anni Trenta, un’epoca emblematicamente definita della mobilitazione totale. Tale definizione è anche il titolo di un saggio di Jünger La mobilitazione totale [Die totale Mobilmachung, 1930], panoramica di quel tempo che ha indotto il massimo dispiegamento delle forze umane sotto il segno della produzione e del lavoro e che funziona come sfondo imprescindibile e formulazione preliminare alla sua opera più conosciuta, L’operaio. Lo scritto al quale in questa sintesi si accenna soltanto, è estremamente eterogeneo ed è stato letto criticamente analizzando i diversi livelli testuali riscontrabili al suo interno: politico, sociale, filosofico, estetico, visionario e profetico. Nel saggio il fenomeno tecnico è pensato a partire da quello del lavoro. In questo senso il lavoratore mobilita il mondo ricorrendo alla tecnica, la quale non rappresenta solo il simbolo della figura de L’Operaio ma anche, e soprattutto, la maniera con cui questa figura mobilita il mondo. L’impero tecnico non distingue più tra tempo di guerra e tempo di pace, perché tutto è preda di questa titanica mobilitazione. Il rapporto che si instaura tra il Lavoratore e la tecnica è di reciprocità, nel senso che mentre la tecnica è l’unica potenza che consente al Lavoratore di instaurare il proprio dominio sul mondo, solo l’instaurazione del regno del Lavoratore può consentire alla tecnica di raggiungere la sua perfezione, la sua compiutezza o espressione totale. Jünger crede che l’impersonalità attiva che trova espressione come “Arbeiter” possa dominare la tecnica, dunque l’avvento del regno del Lavoratore equivale all’irruzione di forze elementari nel mondo borghese ed è il preludio alla formazione totale dello spazio del Lavoro. La formulazione dell’essenza non tecnica della tecnica influenzerà profondamente le riflessioni filosofiche di uno dei più fedeli lettori di Jünger, Martin Heidegger [1889-1976]. Un paragrafo della presente ricerca è dedicato proprio a questa ascendenza. Il confronto tra i pensatori, a lungo vincolato e in parte ridotto allo scambio epistolare pubblicato e conosciuto con il titolo Oltre la linea [Über die Linie,1950] sul quale la critica è ampia e dibattuta2, non può non tenere conto anche del volume Zu Ernst Jünger3 che raccoglie gli appunti heideggeriani degli anni Trenta, diverse annotazioni su Der Arbeiter, sul pensiero di Jünger e altri scritti, imprescindibile punto di partenza per la comprensione dell’Auseinandersetzung fra i due pensatori. Nel 1934 compare il saggio Sul dolore [Über den Schmerz, 1934] dove il dolore è intimamente connesso alla questione del lavoro e della tecnica. In particolare il rapporto con il dolore, in questo senso pietra di paragone, diviene una delle misure fondamentali per leggere le trasformazioni dell’epoca della tecnica e il senso di estraneazione che affiora nella produzione di Jünger. Nella seconda coscienza, vissuta risolutamente come un compito assegnato al nuovo tipo, la freddezza e il distacco sono tratti fondamentali e rappresentativi di una nuova concezione del corpo e del mondo, sintomatica sia della compenetrazione tra tecnica ed ethos, sia della fusione meccanico-organico. La costruzione organica [organische Konstruktion], parola chiave del saggio dedicato al dolore, resta nella presente ricerca e nella produzione jüngeriana un torrente sotterraneo che affiora ciclicamente come fonte per le riflessioni su perfezione e perfezionamento, alimentando inoltre le invenzioni e gli espedienti letterari dell’opera di Jünger. Perfezione e perfezionamento è anche il titolo che ho deciso infatti di assegnare al capitolo in cui vengono dibattute le considerazioni jüngeriane degli anni Cinquanta. Tali considerazioni sono influenzate dal contributo del fratello di Ernst Jünger, Friedrich Georg Jünger [1898-1977] e del suo saggio Die Perfektion der Technik [1946]4, La perfezione della tecnica – per l’appunto – che inizialmente doveva intitolarsi Illusione della tecnica, se non fosse per il fatto che l’autore si accorse che l’illusione era proprio figlia dell’aspirazione alla perfezione. Ne ho analizzato i passaggi fondamentali, indicando i punti che maggiormente possono aver influenzato Ernst e le discrepanze d’opinione con le considerazioni espresse nel disegnare l’impero dell’operaio e la mobilitazione totale sotto l’insegna del lavoro e della fusione con la macchina “tecnica” ritenuta, fino agli anni Cinquanta, non soltanto necessaria ma anche auspicabile. Certamente la costruzione organica trova la sua sede letteraria privilegiata nel panorama descritto nel romanzo Le api di vetro [Gläserne Bienen, 1957]. Nel paragrafo dedicatogli ho tentato di lasciar risuonare la domanda jüngeriana dell’uomo sui suoi mezzi tecnici e sulla tipizzazione dell’individuo nell’epoca delle macchine, con particolare attenzione alla con-fusione presente nel mondo mutato che circonda il protagonista del romanzo. L’insetto artificiale, l’ape di vetro, è come lo specchio di un destino collettivo che da una parte seduce e incanta, perché incarna lo sforzo titanico dell’uomo, quasi demiurgico, una capacità tecnica simile all’abilità artistica; e al contempo inquieta, perché sottende la possibile sostituibilità dell’ape naturale, organica, con quella artificiale, modello riproducibile, intercambiabile, un esemplare della dimensione pianificata e della progettazione tecnica. La possibilità della tecnica di imitare in simili modelli l’uomo, è concepita sin dall’antichità. Ho fornito brevemente allora un quadro sintetico di queste imitazioni nel tempo, soffermandomi su alcuni esempi letterari del Deutsche Romantik, movimento che ha offerto a Jünger un ampio spettro di spunti per le riflessioni e le fantasie letterarie su quella con-fusione perturbante che nel Novecento ha contribuito a mettere in luce l’assottigliamento della linea di demarcazione fra umano e macchina. Il compimento letterario vero e proprio, il contenitore di tali fantasie, è rappresentato dalle utopie distopiche che la penna di Jünger genera. Nella seconda parte del lavoro ho cercato allora di analizzare e mettere in luce la nostalgia, attraverso le utopie tecniche – che in parte si rivelano la ricerca, messa su carta e romanzata, di una fuga verso una stabilità originaria – e i luoghi che ho deciso di definire “del tempo perduto”, spazi dove al Leviatano tecno-logico5 non è concesso entrare. Le principali geofilosofie degli avvicinamenti jüngeriani sono il bosco e l’isola. Sul primo e in particolare sulla figura del Waldgänger esiste una discreta letteratura secondaria che indaga il saggio rappresentativo di tale figura Trattato del ribelle [Der Walgang,1951], breviaro il cui nucleo teorico è legato alla descrizione di uno spazio lontano dal nichilismo, una radura incontaminata dove i due poli heimlich e unheimlich convivono e lottano in una tensione costante che è però autentica e originaria, preistorica ma anche post storica in quanto resistenza, ribellione che sfugge dal corso del tempo calcolabile. Altro luogo che consente questo avvicinamento è l’isola. L’isola è un topos letterario vivo nella produzione di Jünger. Ne ho analizzato allora le principali espressioni, nutrite dall’amore per la Sicilia e la Sardegna, protagoniste di diversi scritti. La dimensione nostalgica della tensione verso altro non riguarda una possibilità di rivoluzione comunitaria, o se non altro non è concettualizzata in questi termini, bensì come una ricerca di conservazione-sopravvivenza individuale, una mobilitazione estrema e radicale in nome della perfezione umana e non del perfezionamento tecnico. Ciò che la tecnicizzazione con le sue conseguenze ha reso distante e per cui Jünger prova nostalgia è proprio la possibilità di avvicinarsi a questi stessi luoghi “senza spazio né tempo” dove l’invisibile può essere ancora custodito. Tale esercizio si esplica come tensione verso l’invisibile, addestrandosi a far ricorso a uno sguardo che è possibile da una parte definire “antico”, perché la capacità di visione di cui Jünger scrive apparteneva a civiltà ormai scomparse come scomparse è essa stessa. Tuttavia questa capacità che era nei popoli antichi non era propriamente dei popoli antichi, quanto piuttosto un modo di vedere originario, al di fuori di un tempo o di un luogo determinato. È lo sguardo del mondo del mito che ho tentato di illustrare a partire dallo scritto Filemone e Bauci. La morte nel mondo mitico e in quello tecnico [Philemon und Baucis. Der Tod in der mytischen und in der technischen Welt, 1972] dove la morte viene scelta come elemento atto a delineare la differenza tra la sua visione nel mondo mitico e in quello tecnico. Lo sguardo del mondo tecnico può essere definito come telescopico. Jünger pubblicò ben cinque raccolte fotografiche in quattro anni, mostrando che i suoi innumerevoli interessi sconfinavano anche nell’ambito della fotografia. Ho cercato di far dialogare la visione obiettiva, oggettiva e telescopica con quella del mondo del mito di Filemone e Bauci. L’occhio fotografico per Jünger è un punto di vista privilegiato per cogliere e rilevare sismograficamente le espressioni degli uomini in un mondo in trasformazione, ma al contempo nel mirino dell’obiettivo il mobile viene fissato e la violenza, il rischio e l’incidente, sono assorbiti in un’ottica di normalizzazione. Nell’epoca della tecnica, nell’istante in cui la macchina fotografica congela il pericolo e il dolore, l’istantanea li rende riproducibili, li cristallizza al di fuori della zona della sensibilità corporea in una patina lucida esterna. Ho ritenuto necessario porre questo sguardo anche a confronto con la visione stereoscopica, quello sguardo che offre una dimensione aggiuntiva alla piatta immagine che uno schermo o i nostri occhi presi singolarmente possono fornirci. Secondo Jünger chi impara ad utilizzare questo sguardo non può più fare a meno di trovare dappertutto delle corrispondenze che superano l’esperienza comune e fanno sgorgare dalla sfera esperienziale un’altra sfera, che conferisce un senso di unità ed armonia non soltanto con tutto il cosmo, lo spazio, ma anche con tutto il tempo. La critica al proprio tempo, stigmatizzato dal marchio della tecnica, si accompagna al desiderio di accedere a un altro tempo e a un altro spazio dove l’invisibile possa essere custodito. La nostalgia di Jünger richiama uno sguardo, una visione, ben diversa da quella obiettiva, oggettiva e calcolante del mondo della tecnica. Se durante la Rivoluzione Conservatrice la nostalgia era uno stato d’animo molto rappresentativo del desiderio di ritorno di o a una Heimat quasi viscerale e interna, legata al senso di comunità di suolo e sangue, dopo il nazismo e l’Olocausto non è da escludere che la nostalgia, in Germania, sia stata invece, attraverso un processo lento e doloroso, espulsa dalla sfera Heimat, intesa in senso rivoluzionar-conservatore, per dirigersi verso un altro luogo, una sorta di zona franca. In conclusione tento di affermare che la nostalgia di Jünger non è semplicemente tensione verso il ricordo del mondo dei padri, del passato con i suoi schemi, valori e tradizioni che la tecnica ha spazzato via, bensì verso il ritorno a un originario, immobile e stabile, materno. Nell’ultimo paragrafo ho tentato di chiarire la differenza tra il ricordo e il ritorno nell’opera di Jünger. Il ritorno appartiene alla dimensione mitica, astorica, dove torna un nucleo identico, immobile, che riesce ad oltrepassare il tempo lineare imprimendo un segno mirabile che colpisce con forza maggiore di quella del ricordo. Jünger afferma che non è necessario né sufficiente evocare la notte dei tempi, una civiltà sepolta o un remoto passato per avvicinarsi a ciò che non muta, a questo centro essenziale7. Gli avamposti scelti da Junger sono i luoghi deputati all’apertura di questo ritorno, percepito come qualcosa che costantemente manca nel deserto della civiltà tecnologica. Questo nucleo originario non è mai raggiungibile, è soltanto avvicinabile, e se da un lato la tecnica ostacola l’esercizio di tali avvicinamenti, Jünger ritiene che esiste per il singolo la possibilità di infrangere i vincoli della tecnica, inserendo le cose in un nuovo ordine di significati. L’interesse che ha orientato la ricerca effettuata cerca di rispondere a due obiettivi fondamentali. Il primo è tentare di offrire un contributo scientifico che possa collocarsi nella letteratura secondaria su Ernst Jünger e ampliarne il relativo dibattito attuale; il secondo è provare a riflettere sulle trasformazioni che la tecnica ha portato a partire dalla Prima Guerra Mondiale, in particolare in Germania, considerata un territorio particolarmente sensibile al disagio della modernità, sulla dimensione emotiva che ha accompagnato il mutamento avvenuto. La nostalgia di Jünger si potrebbe collocare in quella “discrepanza di volumi” che passa tra il progresso e la maturazione, nonché la trasformazione, dello spazio emozionale dell’uomo.
URI: http://hdl.handle.net/2307/4357
Access Rights: info:eu-repo/semantics/openAccess
Appears in Collections:Dipartimento di Filosofia, Comunicazione e Spettacolo
T - Tesi di dottorato

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