Please use this identifier to cite or link to this item: http://hdl.handle.net/2307/40486
Title: Gli intellettuali statunitensi e la "questione comunista" in Italia, 1964-1980
Authors: Ciulla, Alice
Advisor: Fiorentino, Daniele
Keywords: STATI UNITI
PARTITO COMUNISTA ITALIANO
Issue Date: 5-Apr-2019
Publisher: Università degli studi Roma Tre
Abstract: “The Origins of Totalitarianism”, fondamentale studio sulle caratteristiche dei regimi nazista e sovietico della filosofa tedesca naturalizzata statunitense Hannah Arendt, venne pubblicato nel 1951, nella fase più acuta della Guerra fredda. Il volume diede avvio ad un intenso dibattito sul concetto di totalitarismo tra gli intellettuali d’oltreoceano e contribuì all’elaborazione e alla diffusione di un vero e proprio “paradigma totalitario” che forniva una serie di elementi di comparazione utili all’analisi dei regimi nazista, comunista e, grazie a nuovi studi e letture emerse in epoca successiva, fascista. Gli esiti della Seconda guerra mondiale avevano segnato la sconfitta dei regimi di Hitler e Mussolini e lasciato in vita solo un regime totalitario, l’Unione sovietica guidata da Stalin. Per gli scienziati sociali statunitensi, complice il clima politico degli anni più tesi del conflitto bipolare, il sistema sovietico, letto attraverso le lenti del “paradigma totalitario”, unito alle mire espansionistiche dei suoi dirigenti, erano elementi che rivelavano la natura stessa del comunismo, un inevitabile (e tragico) risultato dell’applicazione dottrina marxista. La necessità di conoscenza dell’ideologia e della politica comunista, del resto, era legata a doppio filo con le esigenze di politica estera nazionale di combattere la superpotenza nemica nel quadro del conflitto bipolare. Tutto ciò contribuiva ad imbrigliarle la conoscenza del comunismo prodotta negli Stati Uniti in una verità, per dirla con il famoso aforisma di Montaigne, valida solo “al di qua delle montagne”, o meglio al di qua della cortina di ferro. Per i politologi americani, i sovietici, forti della possibilità di sfruttare le reti internazionali costituite con i partiti comunisti degli altri paesi, avevano l’obiettivo e la capacità di influenzare i partiti comunisti di buona parte del mondo: la loro longa manus era arrivata già nel 1948 in Europa orientale e occorreva impedirle di giungere anche in Europa occidentale attraverso l’attività di forti partiti comunisti non al governo presenti in alcuni paesi, specie in Francia e, in modo ancor più preoccupante, in Italia. La morte di Stalin nel 1953 e l’emergere di regimi comunisti in paesi extraeuropei, in particolare in Cina, tuttavia, misero in evidenza, tuttavia, i limiti del paradigma totalitario. Alla luce dei cambiamenti in atto, testimoniati dalla presa di distanza dallo stalinismo dichiarate dal nuovo presidente Chruscev e dalla frizione interna al movimento comunista internazionale, non era più possibile parlare di monolitismo del comunismo, né si potevano ridurre le sempre più evidenti differenze nazionali ad un unico comune denominatore. Attraverso la comparazione in voga tra gli scienziati politici e l’incremento della circolazione degli studiosi al di fuori dei confini nazionali, emersero tendenze nuove nello studio dei regimi e dei partiti comunisti. Tra questi ultimi, il Partito comunista italiano (Pci) rappresentò un caso studio particolarmente attraente, non solo per il ruolo svolto nella fase della Resistenza e poi della costituzione della Repubblica italiana ma anche per il consenso popolare e la statura dei suoi dirigenti, capaci di elaborare una versione propria ed originale del marxismo a partire dalle riflessioni del filosofo e primo segretario del partito, Antonio Gramsci. Il dibattito sul PCI tra gli osservatori d’oltreoceano si fece sempre più acceso e raggiunse il suo apice alla metà degli anni Settanta, in corrispondenza della stagione dell’eurocomunismo, di cui il Pci guidato da Enrico Berlinguer fu promotore assieme ai suoi omologhi francese e spagnolo. In quella fase, si moltiplicarono le analisi di chi auspicava, alla luce del dibattito sull’immobilismo italiano, un ruolo di governo per il Pci, assimilato ormai ai partiti socialdemocratici di altri paesi europei. Questo lavoro ripercorre la storia del dibattito intellettuale sul comunismo italiano negli Stati Uniti dalla metà degli anni Sessanta, quando la pubblicazione del Memoriale di Yalta, il testamento politico dell’allora Segretario del Pci, Palmiro Togliatti, diede avvio ai primi, timidi momenti di confronto tra gli studiosi americani fino al 1980, quando la sconfitta di Jimmy Carter nella corsa alla Casa Bianca segnò l’affermazione politica e culturale dei neoconservatori, sostenitori di una linea di politica estera aggressiva nei confronti dell’Urss che poggiava su una riproposizione del paradigma totalitario per l’analisi del comunismo. Del resto, la stagione dell’eurocomunismo fu piuttosto breve e, mentre la Guerra fredda proseguiva con il progressivo ma inesorabile declino dell’Urss, anche la forza del Pci cominciò a scemare fino al suo scioglimento negli anni della dissoluzione del regime sovietico.
URI: http://hdl.handle.net/2307/40486
Access Rights: info:eu-repo/semantics/openAccess
Appears in Collections:Dipartimento di Scienze Politiche
T - Tesi di dottorato

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