Please use this identifier to cite or link to this item: http://hdl.handle.net/2307/6011
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dc.contributor.advisorManiscalco, Maria Luisa-
dc.contributor.authorMusolino, Santina-
dc.date.accessioned2018-07-12T10:37:02Z-
dc.date.available2018-07-12T10:37:02Z-
dc.date.issued2016-06-07-
dc.identifier.urihttp://hdl.handle.net/2307/6011-
dc.description.abstractLa ricostruzione dello “stato dell’arte” circa gli studi sulla partecipazione femminile alla violenza politica e al terrorismo – studi realizzati negli ultimi quindici anni e nell’ambito dei cosiddetti Terrorism Studies – ha consentito di riscontrare l’improduttività degli approcci globali e/o comparativi al fenomeno e di constatare che la agency e l’autonomia decisionale delle donne può emergere soltanto procedendo “caso per caso”, tenendo presente le caratteristiche e le dinamiche del gruppo preso in esame, nonché la cultura e l’ideologia di riferimento, dal momento che queste ultime esercitano una notevole influenza sia sulle modalità e le strategie retoriche di reclutamento impiegate sia sullo spazio (d’azione e di decisione) che le donne avranno modo di conquistare all’interno dell’organizzazione. È proprio alla luce di queste osservazioni che la presente ricerca si è concentrata sul fenomeno specifico della militanza femminile nell’estrema sinistra italiana e ha individuato come caso di studio – in quanto organizzazione più longeva e con il maggior numero di militanti donne – le Brigate Rosse. L’ipotesi orientativa che ha dato avvio alla ricerca è che esista una «specificità delle donne» (Della Porta 1988) nella partecipazione ad organizzazioni politiche clandestine che richiedono un livello di militanza totalizzante e il fine ultimo è stato quello di esplorare le implicazioni derivanti dall’essere donna e «rivoluzionario di professione»; comprendere in che misura e in che modo questa scelta abbia condizionato il processo di soggettivazione, l’identità e, in generale, la vita di queste donne non soltanto nel corso della militanza, ma anche a conclusione di un’esperienza sicuramente difficile da “assimilare” come parte integrante della propria esistenza. La ricerca si è configurata come ricerca qualitativa, dal momento che ha indagato soprattutto i vissuti, i racconti, le riflessioni e le biografie delle ex militanti di estrema sinistra. È stato, di conseguenza, scelto l’approccio biografico il quale, pur avendo «come base di avvio il vissuto personale» (Cipriani 1995, p. 335) persegue un obiettivo finale che resta sempre «di carattere prettamente sociologico, cioè relativo ad una conoscenza dell’individuo essenzialmente come soggetto sociale» (Cipriani 1995, p.335). Lo studio si è collocato all’interno della prospettiva gender sensitive che si caratterizza per la «specifica attenzione al genere prima, durante e dopo la raccolta e l’analisi di informazioni e dati» (Decataldo, Ruspini 2014, p. 25) e rifiuta di guardare alle donne «in modo indiretto, ossia come completamento dei fenomeni studiati “al maschile”» (Decataldo, Ruspini 2014, p.31). Inoltre, concentrandosi sul processo di soggettivazione di donne che hanno vissuto in prima persona l’esperienza della militanza all’interno delle Brigate Rosse – ha privilegiato un livello di analisi “micro”. Sono stati, tuttavia, presi in considerazione anche gli altri due livelli dell’analisi sociologica: il livello “macro”, quindi il contesto storico e l’ambiente socio-culturale nel quale si è concretizzata la socializzazione politica delle nostre protagoniste e l’organizzazione ha operato, nonché le precondizioni per lo sviluppo della violenza politica; il livello “meso”, quindi le caratteristiche strutturali dell’organizzazione politica clandestina, le dinamiche interne ad essa e le interazioni fra militanti. Il processo di soggettivazione è stato concepito come processo in azione nel duplice senso di processo in continuo divenire – che pertanto non può essere circoscritto al solo periodo di militanza e/o clandestinità – e di processo che si espleta sul piano della pratica dell’azione e della autodeterminazione. La ricerca, pertanto, ha esplorato sia le fasi precedenti sia quelle successive all’esperienza rivoluzionaria. A tal fine, si è avvalsa di interviste in profondità – realizzate con la tecnica delle storie di vita – con donne ex militanti delle Brigate Rosse e dei cosiddetti “Nuclei Clandestini di Resistenza”. Altrettanto importanti sono stati: i colloqui informali con una quinta donna anche lei ex militante delle Br; le testimonianze raccolte durante gli anni Ottanta e Novanta da studiosi che si sono occupati del terrorismo italiano di sinistra degli anni Settanta (Quazza 1988; Novelli-Tranfaglia 1988; Guicciardi 1988; Jamieson 1989; Zavoli 1992; De Cataldo -Valentini 1996); le fonti provenienti dall’archivio documentario (denominato DOTE) attualmente conservato 2 presso l’Istituto Parri di Bologna; il documentario Do you remember revolution” (Bianconi 1997); alcune lettere scritte da una ex militante durante il suo periodo di detenzione nel carcere di Rebibbia (1998); le numerose biografie scritte da ex militanti (uomini e donne) dell’estrema sinistra italiana. Il materiale biografico raccolto è stato sottoposto a un’analisi ermeneutica integrata con un’analisi comprensiva (Kaufmann 1996; Bertaux 1998) e, focalizzando l’attenzione sui frammenti pertinenti e significativi all’interno di ciascun racconto, sono stati individuati i nuclei tematici affrontati più di frequente e sviluppati più approfonditamente dalle ex brigatiste. A partire da questi ultimi, sono state delineate otto dimensioni d’analisi che hanno rappresentato le coordinate delle interpretazioni e delle osservazioni finali e che sono state presentate immaginando di tracciare, attraverso esse, il percorso di soggettivazione delle ex rivoluzionarie. Tale percorso è iniziato con la percezione di una «situazione esplosiva» (Faranda, documentario Bianconi 1997) in cui «non si parlava altro che di rivoluzione» (Balzerani, documentario Bianconi 1997) e «c’era una domanda di potere e di trasformazione» (Intervista a G.) tale da rendere inevitabile l’emergere di un «dibattito sull’uso della lotta armata» (Balzerani, documentario Bianconi 1997) e sulla necessità della violenza politica. Attraverso la seconda dimensione d’analisi si è cercato di far luce sulle «riflessioni personali e collettive» (Russo, archivio DOTE, p.15) che hanno indotto queste donne a compiere la scelta di entrare a far parte delle Brigate Rosse e le implicazioni derivanti da una vita vissuta in clandestinità. Con la terza dimensione d’analisi è stata esplorata la vita quotidiana dell’organizzazione, descritta dalle ex brigatiste come un «partito armato» (Intervista a C.) in cui «c’era una disciplina necessaria» (Intervista a G.) e «le donne sparavano come gli uomini» (Balzerani, documentario Bianconi 1997). L’analisi del significato attribuito dalle ex brigatiste all’omicidio politico ha consentito di fare chiarezza sul loro rapporto con le armi – la cui presenza nella vita quotidiana assolveva principalmente a una funzione difensiva – e sul «rapporto di assoluta astrazione con la morte» (Russo, archivio DOTE, p.62 ). La quinta dimensione d’analisi ha fatto emergere la difficile, se non addirittura impossibile, conciliazione tra la scelta della rivoluzione e quella della maternità, considerando sia le testimonianze di coloro che hanno vissuto «la scelta di avere figli come scelta di vita» (Russo, archivio DOTE, p.56) sia le testimonianze di ex brigatiste che, pur vivendola come «un peso, un’amputazione» (Intervista a G.), hanno compiuto la scelta di non avere figli né durante la militanza né dopo semplicemente perché «se tu fai la guerriglia non fai figli!» (Intervista a G.). La sesta dimensione d’analisi ha fatto luce sulla conclusione dell’esperienza della militanza e sul periodo di detenzione, indagando sul rapporto delle nostre ex brigatiste con questa istituzione totale di cui «rimane il segno profondo […] che comunque ti connota in maniera molto precisa rispetto agli altri» lasciandoti «una quota di emarginazione che uno continuerà comunque a portarsi dietro» (Balzerani, documentario Bianconi 1997). Attraverso la settima dimensione, l’analisi si è soffermata sul modo in cui le ex militanti hanno affrontato il ritorno in società, costruito (o ricostruito) amicizie, legami familiari e sentimentali e ha fatto emergere le difficoltà derivanti dalla «sfida di tenere almeno un filo che leghi l’esperienza passata a questo presente» (Ronconi, documentario Bianconi 1997). Infine, l’ottava dimensione d’analisi ha fatto emergere l’importanza del racconto della propria storia, evidenziando come la narrazione di sé, anche rispetto alla vicenda della lotta armata, si sia rivelata uno strumento fondamentale nel percorso di recupero della propria soggettività e della propria identità femminile che, nel caso delle nostre protagoniste, si è struttura ed espressa tanto nella dimensione politica della militanza e della sovversione quanto nella dimensione della crisi vissuta in seguito alla sconfitta subita e alla perdita drastica di riferimenti politici, ideologici e sociali.it_IT
dc.language.isoitit_IT
dc.publisherUniversità degli studi Roma Treit_IT
dc.subjectDonneit_IT
dc.subjectViolenzait_IT
dc.subjectPoliticait_IT
dc.subjectLotta Armatait_IT
dc.titleDonne e violenza politica : il caso delle Brigate Rosse in Italiait_IT
dc.typeDoctoral Thesisit_IT
dc.subject.miurSettori Disciplinari MIUR::Scienze politiche e sociali::SOCIOLOGIA GENERALEit_IT
dc.subject.isicruiCategorie ISI-CRUI::Scienze politiche e sociali::Sociology & Anthropologyit_IT
dc.subject.anagraferoma3Scienze politiche e socialiit_IT
dc.rights.accessrightsinfo:eu-repo/semantics/openAccess-
item.fulltextWith Fulltext-
item.languageiso639-1other-
item.grantfulltextrestricted-
Appears in Collections:T - Tesi di dottorato
Dipartimento di Scienze Politiche
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