Please use this identifier to cite or link to this item: http://hdl.handle.net/2307/5904
Title: Dal complesso al semplice
Authors: Nicchiarelli, Serena
metadata.dc.contributor.advisor: Ferretti, Francesco
Keywords: Protolinguaggio
Pragmatica
Languageas action
Issue Date: 16-Jun-2016
Publisher: Università degli studi Roma Tre
Abstract: Secondo una diffusa opinione popolare, il processo evolutivo del linguaggio avrebbe trovato avvio a partire da una manciata di grugniti istintivamente emessi da un individuo molto peloso con una clava in mano, sarebbe passato attraverso una fase singhiozzante del tipo “Io Tarzan, tu Jane”, per poi finalmente approdare alle intricate laboriosità proprie dei discorsi complessi. Per lungo tempo, anche i modelli scientifici chiamati a dar conto dell’evoluzione del linguaggio, in maniera non molto difforme rispetto alle convinzioni ingenue custodite e tramandate all’interno dell’immaginario popolare, hanno affidato i loro impianti teorici a quadri esplicativi saldamente imperniati sull’idea secondo cui il complesso sarebbe inevitabilmente emerso a partire dal semplice. Ciò che ci proponiamo di fare, all’interno del presente lavoro, è invertire la rotta di questo percorso, suggerendo che le espressioni complesse – nello specifico, come vedremo, le espressioni olofrastiche protolinguistiche evolutesi dalla pantomima – abbiano giocato un ruolo di primo piano nelle fasi embrionali del linguaggio. Più nello specifico, l’argomentazione trova avvio a partire da una significativa presa di distanza dalle teorie evolutive del linguaggio che hanno adottato tradizionalmente un approccio esplicativo di tipo bottom-up, secondo i cui dettami le unità semplici, inflessibilmente associate a singoli significati, avrebbero rappresentato il punto di partenza evolutivo nel processo di transizione che, da forme ancestrali, ha portato al linguaggio pienamente dispiegato. In accordo con un tale approccio si assume che le unità atomiche rigidamente associate a un significato costituiscano gli elementi basilari fondamentali, laddove il discorso e le enunciazioni più complesse rappresenterebbero solo un prodotto tardo del processo evolutivo. Sarà di certo capitato a ciascuno di noi di invitare un amico a “non mettere il carro davanti ai buoi” o di accusare la ragazza antipatica del primo banco di “darsi troppe arie”. Per lungo tempo, questo tipo di espressioni sono state considerate come delle stranezze linguistiche, etichettate come delle anomalie marginali poste alla periferia dell’analisi semantica, «difficoltà minori per un programma di ricerca comunque trionfante» (Bianchi, 2003 :14). La nostra idea passa per una rivalutazione di queste espressioni. Più nello specifico, lungi dal considerarle mere irregolarità linguistiche prive di interesse, all’interno di questo lavoro le considereremo come le più antiche rappresentanti della nostra abilità linguistica. Ciò che intendiamo sostenere, in altre parole, è che la strategia d’elaborazione olistica nei processi di produzione e comprensione linguistica abbia giocato un ruolo di primo piano nel processo di transizione al linguaggio. Diversi modelli evolutivi ipotizzano l’esistenza di un protolinguaggio, uno step evolutivo intermedio tra forme di comunicazione alinguistica e le forme estremamente complesse che caratterizzano (o dovrebbero…) la capacità fabulatoria dei sapiens che ci circondano. Ma cos’è stato e da dove ha trovato avvio il protolinguaggio? Quali i sistemi che lo hanno realizzato? Si può dire che sia dipeso da una singola mutazione genetica che ha forgiato il destino dell’uomo? O, piuttosto, si è trattato di un percorso più articolato che, attraverso un susseguirsi di modificazioni lente e graduali, ci ha condotto allo status di animali linguistici? La nostra idea è che, più che essere considerato una proprietà magica donata ben confezionata all’umanità, il linguaggio rappresenti un equipaggiamento che la nostra specie ha acquisito nel corso del processo evolutivo. Nello specifico, basandoci su argomenti di ordine concettuale ed empirico, in questo lavoro si identifica il bersaglio polemico in un cardine teorico che contraddistingue la letteratura sul tema del linguaggio in scienza cognitiva: la Teoria computazionale classica che, tradotta sul piano del protolinguaggio, trova sostanza esplicativa nello standard model dell’ipotesi sintetica portata avanti da Derek Bickerton. L’obiettivo è proporre che il processo di transizione al linguaggio abbia seguito una direzione che, controintuitivamente rispetto alle ipotesi prevalenti, va dal complesso al semplice. Abbracciare il modello olistico di protolinguaggio e, contro la tesi standard, sostenere che i costituenti basilari del linguaggio debbano essere individuati nei processi funzionali di carattere olistico che rendono possibile il fluire della comunicazione già prima dell’avvento di un codice espressivo vero e proprio, attraverso il radicamento all’ambiente. Considerando che, com’è noto, non è possibile avvalersi di alcun tipo di fossile (tradizionalmente inteso) del linguaggio, la scelta metodologica operata è rappresentata dal portare avanti uno studio del funzionamento del linguaggio per avere dati sull’origine, attraverso l’individuazione di quelle strategie comunicative che garantiscono il corretto fluire della conversazione negli effettivi scambi conversazionali. In accordo con gli studi della linguista Wray, all’interno del presente lavoro si considera il linguaggio formulaico (definibile come un insieme aperto di unità linguistiche multi-sillabiche, associate a significati complessi non derivabili dalle parti e contextsensitive) come retaggio dell’ancestrale strategia comunicativa olistica alla base delle capacità protolinguistiche. La significativa incidenza delle espressioni olofrastiche proprie del linguaggio formulaico nei reali scambi comunicativi (pari quasi al 50%) e le loro importanti funzioni di supporto alla dimensione pragmatica del linguaggio, legittimano la rilevanza che viene assegnata alle espressioni formulaiche. Come ampiamente dimostrato in letteratura, in effetti, quando sono coinvolti in compiti cognitivi faticosi, i parlanti mostrano una significativa tendenza a ricorrere a processi elaborativi di tipo olistico, sia perché essi appaiono assai più vantaggiosi ed efficaci (in risposta al cosiddetto idiom principle, determinato dalla naturale tendenza a raggiungere il massimo risultato con il minimo sforzo) rispetto ai modi di elaborazione di tipo analitico, sia perché le espressioni formulaiche olistiche assolvono importanti funzioni nelle effettive situazioni conversazionali. Sulla base di queste considerazioni, l’idea è che il ricorso ad espressioni olofrastiche fosse a maggior ragione utile in origine, per mantenere in vita una comunicazione ancestrale tra protoparlanti che non potevano di fatto avvalersi di alcun codice linguistico comunemente condiviso. Parte del lavoro, incentrata sull’analisi delle proprietà e delle funzioni che caratterizzano il linguaggio formulaico, legittima la proposta che l’emergenza della strategia olistica che sottosta al modello di protolinguaggio qui sostenuto sia strettamente correlata allo stadio evolutivo precedente. Nello specifico, l’intuizione si sostanzia nell’ipotesi teorica secondo cui il protolinguaggio olistico sarebbe da intendersi come una naturale verbalizzazione di capacità in gioco già nella fase immediatamente precedente nel percorso evolutivo e rappresentata dalla pantomima. In quest’ottica, obiettivo ultimo è suggerire che, all’interno dell’ipotesi olistica, il protolinguaggio debba essere inteso come un insieme aperto di olofrasi, ciascuna associata (non univocamente ma in maniera sensibile al contesto) a un significato complesso – non derivabile dalle parti – e ciascuna rappresentante, alla stregua della pantomima, un atto comunicativo complesso orientato a uno scopo. L’intuizione che il protolinguaggio olofrastico affondi le sue radici nell’azione (e, in particolar modo, nella pantomima) trova sostanza argomentativa, nel corso della trattazione, nella descrizione di dati clinici provenienti da soggetti affetti da Alzheimer e Parkinson. Il fine che ci proponiamo di raggiungere è quello di dimostrare come le olofrasi protolinguistiche poggino esattamente sulla dimensione pragmatica della tradizione language-as-action, e di presentare,in ultima analisi, un modello di protolinguaggio pragmaticamente fondato.
URI: http://hdl.handle.net/2307/5904
Access Rights: info:eu-repo/semantics/openAccess
Appears in Collections:Dipartimento di Filosofia, Comunicazione e Spettacolo
T - Tesi di dottorato

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