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Title: Macht und Ohnmacht einer Zentralregierung. Die Bourbonen und das Problem des Banditenwesens im Königreich Neapel des 18. Jahrhunderts
Other Titles: Potenza e impotenza di un governo centrale. I Borboni e il problema del banditismo nel Regno di Napoli del Settecento
Authors: Richter, Ronald
metadata.dc.contributor.advisor: Sabatini, Gaetano
Keywords: regno di Napoli
Borboni
brigantaggio
Issue Date: 3-Jun-2014
Publisher: Università degli studi Roma Tre
Abstract: L’argomento di questo studio rientra nel campo della storia del banditismo o brigantaggio negli Stati italiani della prima età moderna. Il periodo esaminato comprende grosso modo gli anni dalla presa del potere di Carlo di Borbone (re delle Due Sicilie 1735-1759) nel 1734 fino ai primi mesi dopo la caduta dell’effimera Repubblica Partenopea, fondata nel gennaio del 1799. Lo studio ruota attorno alla domanda fondamentale sul perché la dinastia borbonica, già prima degli avvenimenti politici, sociali e militari degli anni 1798 e 1799, avesse costantemente dei problemi a controllare in maniera efficace le province del Regno di Napoli e a placare la criminalità banditesca, particolarmente in aumento nella prima fase del regno di Ferdinando IV, disponendo, almeno in teoria, con l’esercito regolare, con le forze di sicurezza nelle province e soprattutto con l’apparato giudiziario, di tutti gli strumenti necessari per imporre l’esercizio del potere e per provvedere all’ordine e alla sicurezza pubblici. Gli aspetti essenziali sui quali si concentra questo studio sono: 1. gli sviluppi nel campo della delinquenza banditesca nel Regno di Napoli del Settecento; 2. le cause strutturali della nascita e della permanenza del banditismo; 3. la persecuzione delle comitive di malviventi; 4. la lotta al banditismo al di là dei confini del Regno di Napoli; 5. i procedimenti legali contro i banditi; 6. il problema dell’asilo ecclesiastico e le sue conseguenze; e, infine, 7. le comitive di malviventi e la società provinciale. In merito a questi aspetti questo studio giunge ai risultati, che seguono, riassunti in sette tesi: (1) Gli sviluppi nel campo della delinquenza banditesca nel Regno di Napoli del Settecento: Dopo l’intervento massiccio dell’allora viceré spagnolo Gaspar de Haro y Guzmán (viceré 1683-1687), marchese del Carpio, contro il banditismo molto diffuso sul territorio del Regno di Napoli, soprattutto nelle province abruzzesi, il regno visse per alcuni decenni un periodo di relativa tranquillità. Questo periodo di tranquillità era già terminato nella seconda fase del regno di Carlo di Borbone, a partire dal 1744, senza che se ne conoscano le cause precise, poiché durante la prima metà dell’Ottocento andarono persi importanti documenti inerenti a quell’epoca. Nella prima fase del regno del figlio e successore di Carlo di Borbone, Ferdinando IV, (re 1759-1825), ci fu una recrudescenza ancora più massiccia della piaga del banditismo, dovuta anzittutto al fatto che nel decennio fra il 1770 e il 1780 si ebbe una crescita demografica di carattere quasi eruttivo con la quale, a quanto pare, la produzione agraria e le possibilità di lavoro in questo settore non poterono tenere il passo. Le conseguenze di questo sviluppo si fecero sentire soprattutto negli ultimi due decenni del Settecento e condussero ad un aumento considerevole di contese fra i diversi ceti della società provinciale. Oltre a questa ripetuta sproporzione a livello demografico ed economico nel Regno di Napoli dell’ultimo terzo del Settecento, ci furono due avvenimenti straordinari, uno dei quali si era già verificato prima del decennio 1770-1780, che diedero nuova linfa alla criminalità banditesca. Il primo di questi fu la grande carestia dell’anno 1764, con la quale la crisi agraria, già avviatasi nel 1759, giunse al suo culmine; il secondo fu il terremoto del 1783 che, contrariamente alla grande carestia, riguardò solo la provincia di Calabria Ultra e la città di Messina e i suoi paraggi, ma i cui effetti disastrosi continuarono a farsi sentire ancora, negli anni successivi, sulla vita degli abitanti della Calabria meridionale e sulla delinquenza banditesca in quella regione. Per questo può essere considerata confutata la tesi ancora molto diffusa secondo la quale, dopo l’intervento del marchese del Carpio contro le numerose bande di malviventi che infestavano il Regno di Napoli nella prima metà degli anni Ottanti del Seicento, il banditismo, come serio problema nel campo dell’ordine pubblico e della sicurezza interna, sarebbe quasi scomparso del tutto dalla scena per più di un secolo e riesploso solo in concomitanza con gli avvenimenti politici, sociali e militari degli anni 1798 e 1799. (2) Le cause strutturali della nascita e della permanenza del banditismo: Per il Regno di Napoli del primo periodo borbonico ci sono cinque cause principali che spiegherebbero abbastanza bene sia la nascita e la lunga permanenza di questa piaga, sia le continue difficoltà che le autorità provinciali e locali avevano nella persecuzione e liquidazione del banditismo: 1. la profonda miseria socio-economica nella quale viveva la maggior parte della popolazione nelle province e la cui vita era ancora influenzata in maniera massiccia, sia dall’agricoltura, come garanzia centrale della sua esistenza e sopravivvenza, che dai principi del feudalesimo; 2. il problema della permanente debolezza del governo centrale e delle sue istanze di controllo territoriale nelle province, le quali avevano difficoltà a imporsi nelle aree rurali e periferiche dei loro territori di giurisdizione; 3. le condizioni topografiche, come monti quasi inaccessibili, zone molto boscose oppure vaste pianure scarsamente popolate, le quali potevano servire alle bande di malviventi sia come area operativa che come area di rifugio e di raggruppamento; 4. pessime infrastrutture che potevano rendere assai difficile sia la comunicazione e il traffico fra le diverse località e province sia la persecuzione e l’arresto di delinquenti da parte delle forze di sicurezza facilitando di conseguenza le scorrerie delle comitive di malviventi e, infine, 5. la disponibilità, sia da parte della normale popolazione provinciale che da parte delle élites rappresentate dall’aristocrazia terriera, dal basso clero e dalla nuova e crescente borghesia provinciale, i cosiddetti “galantuomini”, a collaborare, più o meno apertamente, con le bande o almeno a coprirle dalla persecuzione delle autorità provinciali o locali. (3) La persecuzione delle comitive di malviventi: Per venire a capo della criminalità banditesca, il governo centrale e le autorità provinciali, rappresentate dalle Regie Udienze e dal Tribunale di Campagna, responsabile della provincia di Terra di Lavoro e di una parte della provincia di Principato Citra, ricorrevano alle truppe provinciali, all’esercito regolare, che possedeva anche reparti di soldati stranieri, alle forze armate dei baroni, alle milizie e alle spie reclutate dalle fila della popolazione provinciale. Inoltre tutta la popolazione veniva ripetutamente incitata a prendere parte alla persecuzione e alla liquidazione delle comitive di malviventi. Un provvedimento speciale, di cui il governo centrale si serviva per debellare il banditismo in particolare nella prima fase del regno di Ferdinando IV e a cui si era già fatto ricorso nei due secoli del dominio spagnolo nel Mezzogiorno, era la nomina di “delegati straordinari” al di sopra dei confini e delle giurisdizioni provinciali, perlopiù funzionari giudiziari o militari provenienti dalla capitale o dai tribunali provinciali. Il fatto che tutti questi tentativi di arginare il banditismo non portassero mai a durevoli risultati, è da ricondurre a diversi fattori, quali la mancanza di risorse personali e finanziarie delle autorità provinciali, la diffusa corruzione e negligenza e la disponibilità della popolazione provinciale a collaborare con le comitive di malviventi. Anche i funzionari delle Regie Udienze e del Tribunale di Campagna cooperavano con i banditi, inoltrando loro informazioni privilegiate su progettati rastrellamenti oppure partecipando, in modo diretto o indiretto, alle stesse comitive. (4) La lotta al banditismo al di là dei confini del Regno di Napoli: Come nei secoli precedenti alla nuova presa del potere dei Borboni spagnoli nel 1734, anche nel Regno di Napoli di Carlo di Borbone e di Ferdinando IV banditi e altri delinquenti cercavano di continuo di sottrarsi alla persecuzione da parte delle autorità napoletane e pontificie, fuggendo o sul territorio dello Stato della Chiesa e delle sue due enclave di Benevento e di Pontecorvo, situate direttamente nel Napoletano, o su quello del regno borbonico. Lo stesso problema esisteva, ma in dimensioni più modeste, anche fra il territorio del Granducato di Toscana e la piccola enclave napoletana dello Stato dei Presidi nella Toscana meridionale. Sebbene nel corso del Settecento i rapporti fra lo Stato napoletano e lo Stato della Chiesa non siano mai stati completamente privi di tensioni, è da supporre che, in particolare per motivi di sicurezza interna, entrambe le parti nutrissero un forte interesse per una collaborazione fruttuosa nella lotta alla criminalità fuori dei propri confini. (5) I procedimenti legali contro i banditi: Sebbene quasi tutta la documentazione dei processi contro membri delle comitive di malviventi, svoltisi nelle Regie Udienze e nel Tribunale di Campagna, sia effettivamente andata perduta, è da supporre che la maggior parte dei processi contro banditi avviati, sia nell’epoca di Carlo di Borbone che in quella di Ferdinando IV, siano finiti con una loro condanna a morte sulla forca. Con lo scopo di intimorire gli abitanti delle province e di tenerli lontani da comportamenti banditeschi, dopo l’esecuzione dei condannati venivano tagliate loro teste e membra, le quali erano poi esibite in luoghi visibili a tutti, in cui i condannati avevano commesso i loro crimini più gravi. Qualora i membri di comitive di malviventi non fossero destinati alla forca, di solito, come si è rilevato dai pochi documenti riguardanti i processi penali rimasti delle Regie Udienze, essi erano tenuti a pagare per i crimini commessi attraverso il servizio nelle regie galere che poteva durare da alcuni anni a tutta la vita. Inoltre l’avvio del proprio processo poteva richiedere tempi lunghi. L’inizio del processo poteva essere ostacolato considerevolmente se i banditi si erano rifugiati in luoghi che si trovavano sotto la giurisdizione della Chiesa e per i quali essa poteva accordargli una provvisaria immunità locale, sulla cui sospensione poteva decidere o un alto rappresentante del clero provinciale o in caso di controversia il Tribunale Misto a Napoli, in qualità di più alta istanza giuridica cui le autorità provinciali dovevano consegnare tutta la documentazione in merito. Per quanto riguarda i primi mesi dopo la caduta della Repubblica Partenopea nell’estate del 1799, si è potuto rilevare che, a causa dello stato di emergenza, i procedimenti legali contro membri di comitive di malviventi poterono essere eseguiti abbastanza velocemente, eludendo le consuete norme processuali, e che i banditi vennero giustiziati in tempi molto ristretti. (6) Il problema dell’asilo ecclesiastico e le sue conseguenze: Come nei due secoli del diretto dominio spagnolo, anche nella prima fase del dominio borbonico sul Mezzogiorno accadeva molto spesso che banditi in fuga dalla giustizia napoletana si recassero in luoghi, quali chiese, monasteri o cimiteri, che si trovavano sotto la giurisdizione della Chiesa e dai quali non potevano essere rimossi senza l’esplicito permesso di essa. Questi luoghi non servivano alle comitive solo come punto di rifugio, ma anche come base per compiere scorrerie. Un problema molto grave in merito a questo fenomeno consisteva nel fatto che i chierici, sotto la cui sorveglianza si trovavano questi luoghi sacri, normalmente non disponevano dei mezzi necessari per rimuovere i gruppi di delinquenti ivi annidati, motivo per cui si vedevano spesso costretti a rivolgersi alle autorità provincali, che disponevano di forze armate per lo sgombero. Neppure la stipulazione del concordato „Trattato di accomodamento tra la Santa Sede e la Corte di Napoli“ nel 1741, con un lungo elenco di delitti e luoghi per i quali l’immunità locale non poteva essere accordata e con l’istituzione di un Tribunale Misto composto in maniera paritaria da rappresentanti dello Stato napoletano e della Chiesa, il quale in caso di controversia doveva decidere sulla sospensione dell’immunità locale, portò a una soluzione veramente soddisfacente. Infatti anche dopo il 1741 continuò a esservi un gran numero di banditi e di altri delinquenti, che cercarono di sottrarsi all’inseguimento delle autorità napoletane fuggendo in luoghi sotto la giurisdizione della Chiesa, sperando di poter godere in modo durevole dell’asilo ecclesiastico. Come si può evincere dalla documentazione del Tribunale Misto, i suoi membri decidevano prevalentemente a favore degli interessi dello Stato napoletano, finché il privilegio dell’immunità locale non fu abolito completamente nel 1787. (7) Le comitive di malviventi e la società provinciale: In merito ai rapporti fra le comitive e la popolazione provinciale si sono trovati sia esempi della più stretta cooperazione con le bande, sia esempi del fatto che la popolazione contadina partecipò in maniera attiva alla cattura dei banditi. Fra questi due estremi ci furono anche un diffuso atteggiamento di tolleranza verso le attività criminose delle bande e la scelta di evitare una collaborazione con le autorità provinciali per paura di conseguenze negative oppure per completa indifferenza. Gli sforzi delle autorità provinciali erano resi assai difficili anche per il sostegno più o meno aperto fornito dalle élites locali, rappresentate dall’aristocrazia terriera, il basso clero e la borghesia rurale, le quali si servivano dei banditi per imporre i propri interessi alla popolazione contadina o ad altri rappresentanti delle élites locali, con cui competevano per influenza politica ed economica a livello locale. Per questo, nel senso di un do ut des, venivano messi a disposizione dei banditi nascondigli, oltre che informazioni riguardo a rastrellamenti progettati da parte delle autorità provinciali. 5 Considerazioni conclusive: La debolezza permanente dello Stato nell’Italia del Sud della prima età moderna, che aveva favorito per secoli il fiorire della criminalità organizzata nella forma del banditismo non scomparve automaticamente in concomitanza con le forzate modernizzazioni istituzionali dell’Ottocento, anzi essa trova la sua continuazione fino ad oggi. In relazione a questo fenomeno, la popolazione, in particolare nel Mezzogiorno continentale e insulare, continua ad avere scarsa fiducia nella capacità d’azione dello Stato e dei suoi rappresentanti, la cui condotta è innegabilmente corresponsabile di questa sfiducia. Questo atteggiamento molto diffuso fa sì che gran parte della società meridionale seguiti a cercare di chiudersi all’influenza di uno Stato visto con scetticismo e a risolvere per conto suoi i problemi, molto spesso nel senso di un do ut des. Proprio questo mantenimento delle distanze e la poca fiducia nello Stato e nelle sue istituzioni, insieme ai gravi problemi socio-economici, del cui superamento lo Stato nazionale italiano si rivelò così incapace come l’olim dinastia borbonica rovesciata nel 1860/61 ad opera di Giuseppe Garibaldi e l’esercito sardo-piemontese di Vittorio Emanuele II, crearono i fondamenti della nascita di associazioni criminali esistenti fino ad oggi e basate su rapporti familiari molto stretti, quali la Camorra napoletana, la ‘Ndrangheta calabrese o la Mafia siciliana. Queste associazioni mafiose in molte aree non sostituiscono solo lo Stato, ma hanno sempre cercato e continuano a cercare di infiltrarlo, con lo scopo di influire durevolmente su importanti sviluppi politici, sociali e economici, facendo anche ricorso all’uso della forza.
URI: http://hdl.handle.net/2307/5048
Access Rights: info:eu-repo/semantics/openAccess
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