Please use this identifier to cite or link to this item: http://hdl.handle.net/2307/4467
Title: Polisemia del contadino Sikh : relazioni e comunicazione nella società complessa
Authors: Pesce, Mario
metadata.dc.contributor.advisor: Cipriani, Roberto
Keywords: antropologia delle migrazioni
antropologia religiosa
Issue Date: 17-Jun-2013
Publisher: Università degli studi Roma Tre
Abstract: Ogni antropologo è figlio del suo tempo. Il mondo che ci si presenta davanti è un mondo in rapido movimento (T. Ingold 2000) e le scienze sociali devono rapidamente analizzare e comprendere i cambiamenti. Un’antropologia, che in questo senso evidenzi, affronti e, se possibile, risolva i disagi sociali presenti nelle nuove società multiculturali, che hanno più visibilità nelle grandi metropoli europee e americane e si delineano sempre di più come “città globali” (R. Cohen 1997). La globalizzazione ci presenta un mondo dove tradizione ed innovazione si intersecano in un continuo mutamento: un “termine che solo qualche decennio fa era quasi sconosciuto e che oggi invece è una parola chiave.” (U. Hannerz 2001: 7) La ricerca si prefigge di analizzare come la conservazione dell’identità culturale e religiosa della comunità sikh nella provincia di Roma, la sua pratica e la sua istituzionalizzazione possano costituire una base per l’inclusione sociale o se invece favoriscano l’esclusione sociale o l’autoemarginazione. Le ragioni della scelta sono: i sikh sono una minoranza nella minoranza. Minoranza degli immigrati indiani, che sono minoranza essi stessi; gli studi eseguiti da ricercatori italiani sul gruppo di migranti provenienti dal Punjab sono stati effettuati solo nel nord Italia. Manca, di conseguenza, uno studio approfondito sulla condizione dei migranti sikh nella provincia romana; l’interesse verso un movimento religioso di tipo monoteistico. Ho utilizzato una metodologia qualitativa, con i metodi dell’osservazione partecipante, dell’etnografia intesa come una “etnografia pubblica” (B. Tedlock 1991), la raccolta di storie di vita, “un’azione indispensabile” (M. Marzano 2006), una “potenzialità” (M. I. Macioti 1995: 9) “che dà luogo all’emergere dei fattori cruciali di un vissuto personale, che non è mai solo individuale ma profondamente innestato nel corpo sociale” (R. Cipriani 1987: 26) forse la più adatta per approfondire il tema della percezione del cambiamento culturale e del rapporto tra comunità di approdo e di partenza nella vita sociativa degli attori sociali e il metodo dell’antropologia visiva (F. Faeta 2006). Per comprendere meglio i fatti sociali, ed interpretarli, ho utilizzato come teoria di riferimento le tre fasi dei riti di passaggio indicate da Van Gennep (A. Van Gennep 1981) – separazione, margine (transizione), riaggregazione – considerando la migrazione come un fatto sociale totale (A. Sayad 2002). Delle tre fasi sopra elencate la seconda, ovvero il margine o transizione, è la più importante, proprio per la possibilità dell’attore sociale di superare o meno di tale fase e produrre una chiusura o una apertura verso l’esterno. Il lavoro è composto da cinque capitoli preceduti da una introduzione che comprende la nota metodologica e concluso da brevi riflessioni finali. Il primo capitolo prende in esame la costruzione dell’identità sikh. Il secondo capitolo considera gli aspetti inerenti alla migrazione sikh in Italia in generale e a Roma in particolare. Il terzo capitolo è l’etnografia di due eventi importanti della comunità sikh. Il primo è il Vaisakhi, la festa che della fondazione del Khalsa. Il secondo evento è il D-Day, il giorno del turbante, manifestazione di rivendicazione dei diritti sociali, culturali, politici e religiosi da arte della comunità sikh. Il quarto capitolo è la restituzione dei risultati della ricerca agli attori sociali in un confronto dialogico tra ricercatore e soggetti della ricerca e ultimo passaggio metodologico.
URI: http://hdl.handle.net/2307/4467
Access Rights: info:eu-repo/semantics/openAccess
Appears in Collections:T - Tesi di dottorato
Dipartimento di Scienze della Formazione

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