Please use this identifier to cite or link to this item: http://hdl.handle.net/2307/4354
Title: Jacopino del Conte nel contesto artistico romano tra gli anni trenta e gli anni cinquanta del Cinquecento
Authors: Corso, Michela
metadata.dc.contributor.advisor: Ginzburg, Silvia
Keywords: Jacopino
ritrattistica
manierismo
pittura
Issue Date: 2-Jul-2014
Publisher: Università degli studi Roma Tre
Abstract: L’idea della ricerca, avente per oggetto la giovinezza e la prima maturità di Jacopino del Conte, è nata dalla convinzione che fosse necessaria una revisione del suo percorso, anche alla luce delle più recenti riflessioni in merito allo stato degli studi sul manierismo e sui suoi maggiori protagonisti, a un secolo ormai dalla prima moderna rivalutazione. L’artista, infatti, può essere considerato come un caso emblematico dei movimenti della storiografia critica del Novecento, che da una parte ha avviato le prime importanti ricognizioni sul suo conto, riabilitandolo appunto agli studi, dall’altra lo ha di fatto osservato come un fenomeno sostanzialmente secondario nel panorama della produzione artistica cinquecentesca, con un giudizio che ha impedito di comprenderne il valore e la posizione nel contesto storico. Alla luce delle ricerche svolte, lo sviluppo stilistico di Jacopino del Conte è venuto via via liberandosi da quella condizione di molteplice subalternità – a Michelangelo, a Perino, a Salviati – in cui il Novecento lo aveva relegato; il profilo dell’artista ha così acquisito finalmente il peso e l’importanza cardinale che merita, anzitutto per la comprensione dell’evoluzione stilistica della pittura tra Firenze e Roma nel quarto e quinto decennio del Cinquecento. I risultati più interessanti delle indagini hanno permesso di chiarire non solo quanto Jacopino debba confermarsi figura di primo piano di questi scambi, ruolo già riconosciutogli dalla critica, ma anche quanto lo sviluppo del suo linguaggio figurativo possa divenire uno strumento privilegiato per indagare il capitolo delle relazioni artistiche tra Firenze e Roma che prende forma in questi decenni evidentemente decisivi per la storia della maniera. Il suo percorso in questo passaggio costituisce anzitutto quasi una lente di ingrandimento attraverso la quale osservare e sciogliere alcuni nodi che la storiografia più recente sta ora mettendo a fuoco, come ad esempio i tempi e i modi dell’assimilazione, negli anni ’30, delle novità delle ricerche compiute da Michelangelo tra Firenze e Roma e dell’eredità di Raffaello o la centralità di Perino del Vaga nella cultura artistica della prima metà del Cinquecento e oltre, ma anche un luogo di osservazione privilegiato per riconsiderare aspetti già noti, come la capillare ramificazione di rapporti tra committenti ed artisti nella Roma farnesiana o l’evoluzione della ritrattistica cinquecentesca in ambito tosco-romano. Nel corso delle ricerche, si è potuto precisare chiaramente quanto i legami che il Del Conte coltivò con Michelangelo, Perino e Salviati, solitamente interpretati soltanto in relazione alla possibilità di individuare di volta in volta i vari prestiti formali di cui Jacopino (considerato un pittore di scarsa originalità) si sarebbe avvalso, in realtà siano stati occasioni feconde ed originali di aggiornamento per il nostro, costituendo spesso il motore del suo successo professionale: basti l’esempio del Buonarroti, al quale sin dagli anni fiorentini Jacopino ebbe l’opportunità di avvicinarsi, e che verosimilmente lo favorì al momento dell’ingresso nel contesto artistico romano. Qui Jacopino del Conte fu in rapporti di grande familiarità con Perino del Vaga, la cui imponenza al momento del ritorno da Genova per la generazione del nostro sta venendo fuori con sempre maggiore nitidezza. L’importanza degli scambi con Perino, già in parte adombrata dagli studi più avvertiti sull’Oratorio di San Giovanni Decollato, viene qui ribadita anche alla luce di ulteriori nessi, come il fatto che, alla sua morte, avvenuta nel 1547, il del Conte sia stato significativamente riconosciuto come suo erede naturale, subentrando al Bonaccorsi come capo cantiere nella cappella Dupré in San Luigi dei Francesi. Tale dimestichezza con Perino fu condivisa con Francesco Salviati, del quale peraltro è stato possibile attestare un soggiorno genovese grazie alla scoperta e all’analisi di un nuovo documento d’archivio. Dalle ricerche compiute emerge come il de Rossi sia stato un punto di riferimento ineludibile per Jacopino del Conte, in una dinamica di reciproco scambio che ora affiora con evidenza, differentemente da quanto solitamente rilevato dagli studi, inclini ad accogliere senza indugi la notizia tramandata da Vasari di una accesa rivalità stabilitasi tra i due sin dal tempo della contemporanea attività presso l’Oratorio di San Giovanni Decollato allo scadere del quarto decennio del Cinquecento. Inoltre, la rilettura dell’opera di Jacopino del Conte e l’analisi del suo sviluppo stilistico hanno permesso di identificare il posto di grande rilievo occupato dall’artista, soprattutto in veste di ritrattista, a partire dalla fine degli anni trenta a Roma entro una cerchia di committenza molto coerente dal punto di vista culturale, politico e sociale, questione dirimente e fino ad ora del tutto sfuggita alla individuazione degli studi.
URI: http://hdl.handle.net/2307/4354
Access Rights: info:eu-repo/semantics/openAccess
Appears in Collections:T - Tesi di dottorato
Dipartimento di Studi Umanistici

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