Please use this identifier to cite or link to this item: http://hdl.handle.net/2307/4241
Title: Monacazioni forzate e forme di resistenza al patriarcalismo nella Venezia della Controriforma
Authors: Mantioni, Susanna
metadata.dc.contributor.advisor: Modugno, Roberta Adelaide
Keywords: monacazioni forzate
onore
protofemminismo
sessualità femminile
Issue Date: 26-Jun-2014
Publisher: Università degli studi Roma Tre
Source: Universidad Complutense, Madrid
Abstract: L’intento della ricerca è quello di analizzare le strategie di “resistenza al patriarcalismo” messe in atto dalle monache forzate, costrette a varcare la soglia del chiostro dal volere paterno senza possibilità di appello, esaminando gli episodi di infrazione alle regole della vita conventuale. Che lo fossero di un marito terreno o di uno sposo celeste, il destino delle donne nelle società preindustriali si compiva soprattutto all’interno dell’hortus conclusus del monastero o della famiglia, istituzioni tese ad assorbire per intero i ruoli biologici, culturali e sociali delle donne. Così, quella di sposa può essere considerata un’immagine specificamente di genere: anche nel caso delle religiose, infatti e contrariamente a quanto avveniva per le loro controparti maschili, la caratterizzazione principale era data dal matrimonio mistico con Cristo; lo status dei religiosi, invece, era caratterizzato dalla separazione dal mondo e dalla loro appartenenza, in quanto soldati, alla militia Christi. Per comprendere a fondo il fenomeno delle vocazioni forzate, è necessario analizzare le politiche matrimoniali in vigore a Venezia nel periodo 1550-1650, obiettivo che ci proponiamo di affrontare nel primo capitolo della nostra ricerca, in cui tenteremo anche di fare il punto su cosa significasse intraprendere la vita monastica, come fosse composta la popolazione conventuale veneziana e quali fossero le attività culturali promosse in monastero. Se in età barocca i conventi femminili mantennero, come effettivamente sembra, una forte presenza nel tessuto sociale e nella vita culturale di Venezia, ci chiederemo, ancora nel primo capitolo, quali argomentazioni contrapporre alla tesi secondo cui la clausura li avrebbe marginalizzati devitalizzandone la funzione pubblica. Come è delineabile dunque il ruolo dei monasteri femminili in epoca post-Tridentina? Per fare il punto su tale questione ci rivolgeremo alle fonti da noi raccolte presso l’Archivio Segreto Vaticano, che sembrano indicare abbastanza chiaramente la funzione imprescindibile dei conventi in tutte le città italiane della Controriforma1: essi diventavano punti di riferimento indispensabili per tutte le cosiddette “mal maritate”, per le vittime di violenza domestica e per le donne considerate “a rischio” (ex prostitute, giovani vedove e altre figure femminili rimaste prive della protezione maschile), ecc. Il secondo capitolo della tesi è dedicato invece all’impatto della Controriforma sui monasteri femminili veneziani, con particolare riguardo al fenomeno della clausura, mentre il capitolo terzo è dedicato ad una compilazione critica degli studi sin qui editi su Arcangela Tarabotti, monaca forzata e pensatrice politica veneziana di grande rilievo che è riuscita ad inquadrare i nodi problematici della questione femminile della società del tempo, individuando la causa delle monacazioni forzate in un problema anzitutto politico. Nel quarto capitolo ci rivolgiamo invece ai documenti conservati presso l’Archivio di Stato (facenti parte del fondo riguardante i processi intentati fra il XVI e il XVII secolo dai provveditori sopra i monasteri) e quello della Curia patriarcale di Venezia per analizzare, in che tipo di situazioni critiche, riguardanti episodi di infrazione alla disciplina e di violazione della clausura, i monasteri veneziani si trovarono coinvolti. Il capitolo cinque, infine, affronta la questione della coercizione2: quali erano gli agenti principali delle vocazioni forzate delle giovani patrizie veneziane? In che modo le famiglie le costringevano a scegliere la vita religiosa? Attraverso quali strumenti legali le monache potevano far ricorso, al fine di rendere reversibile la loro condizione di spose di Cristo? Nel dibattito storiografico apertosi sulla funzione sociale del monastero e sulla questione della libertà di scelta delle monache, si sono imposte due visioni molto differenti: da una parte, taluni studiosi hanno teso a mettere in luce come lo spazio del convento, per la sua segregazione dal mondo, avesse permesso alle donne di agire in relativa autonomia (si pensi, ad esempio, all’istituzione del Capitolo, in cui le monache erano chiamate a votare, molto tempo prima che ciò fosse concesso al resto delle donne di tutto il mondo) e raggiungere posizioni apicali, come nel caso delle badesse; altri studiosi hanno invece sottolineato le ombre della vita monastica, soprattutto a causa delle forti limitazioni impostesi con l’avvento del Concilio di Trento. In tale dibattito ha senz’altro giocato un ruolo fondamentale uno dei testi più importanti del femminismo del XIX secolo: A Room of one’s own di Virginia Woolf (1892-1941). Molte studiose hanno, infatti, rintracciato proprio nella cella monastica quella “stanza tutte per sé” di cui Woolf aveva parlato come elemento indispensabile per le donne al fine di ritagliarsi autonomia e indipendenza. Electa Arenal ha scritto: provided women of greatly divergent personalities with a semiautonomous culture in which they could find sustenance, exert influence, and develop talents they never could have expressed as fully in the outside world. In that sense, the convent was a catalyst for autonomy3. Nel nostro lavoro tenteremo così di accostarci con onestà intellettuale alle prove documentarie, fornendo indizi di come nelle vicende che narreremo non si rintraccino né storie univoche di oppressione né casi edificanti di emancipazione. Vedremo come la clausura non sia più considerata dalla storiografia un elemento totalmente impermeabile della vita monastica: oggi, più ragionevolmente, si tende ad adottare il concetto di flessibilità anche relativamente alle forti limitazioni nella vita monastica introdotte a Trento, che non hanno del tutto spezzato i legami esistenti fra l’esterno e l’interno dei conventi4; noteremo anche come silenzio e obbedienza fossero una chimera più che una realtà all’interno dei monasteri. Rifletteremo, poi, su come il principio del praesumitur seducta fornisse uno scudo protettivo importante all’onore femminile: nonostante la morale sessuale rispetto alle donne sottolineasse costantemente la loro pericolosità per gli uomini, di fatto, il considerare l’universo femminile più influenzabile e meno padrone del proprio libero arbitrio causava anche una deresponsabilizzazione delle donne rispetto ai reati sessuali; ci chiederemo dunque se sia lecito ritenere le monache protagoniste dei documenti che utilizzeremo nel nostro lavoro, portatrici di valori diversi da quelli delle proprie famiglie. Se da una parte le donne non erano «socializzate» all’individualismo, ma esattamente contro di esso5, nel senso che erano istruite ad accettare senza possibilità di appello il proprio destino deciso dalle famiglie di origine, vedremo come nelle strategie adottate da alcune monache forzate siano rintracciabili atteggiamenti che sottendono una autocoscienza estrinsecata in comportamenti decisamente eterodossi e del tutto “individualisti”. Documenteremo, infine, come le tensioni psicologiche di singole monache forzate portassero tali donne a costruirsi un’identità che di fatto aggirava, tentando di eluderli, i valori della società patriarcale.
URI: http://hdl.handle.net/2307/4241
Access Rights: info:eu-repo/semantics/openAccess
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Dipartimento di Scienze Politiche

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