Please use this identifier to cite or link to this item: http://hdl.handle.net/2307/4187
Title: L’emigrazione italiana nelle terre romene (1861-1916)
Authors: Dorojan, Alina
metadata.dc.contributor.advisor: Guida, Francesco
Keywords: emigrazione
scuole governative
Issue Date: 21-Jun-2013
Publisher: Università degli studi Roma Tre
Abstract: L’emigrazione italiana nelle terre romene fu importante per le caratteristiche, la proporzione e le sue conseguenze. Fu un’emigrazione prevalentemente economica, però a differenza di altri Paesi occidentali, l’Italia fornì accanto agli specialisti in mestieri ignoti o insufficientemente noti in Romania, anche manodopera di diverse specialità. Stimolata dall’appello alla manodopera straniera per le costruzioni edilizie pubbliche e private, per gli impianti elettrici e di canalizzazione, per la costruzione di strade e ferrovie, di ponti e gallerie, di cantieri navali e darsene, dalla richiesta di specialisti nelle cave o nell’industria forestale, l’emigrazione italiana per motivi di lavoro si affiancò ad altre emigrazioni straniere dell’epoca. Così che le prime presenze più cospicue coincisero con l’inizio delle attività di modernizzazione delle infrastrutture dello Stato romeno moderno. La migrazione italiana si manifestò tramite un’emigrazione temporanea e una permanente, due tipi caratterizzati dal punto di vista temporale. Dal primo tipo si distaccò l’emigrazione stagionale propria di un movimento di alcuni mesi, dalla primavera al tardo autunno, che riprendeva ogni anno, mentre quella temporanea estesa su un periodo determinato di tempo da qualche mese a qualche anno, non supponeva l’obbligo del ritorno in terra straniera. L’emigrazione permanente fu propria degli emigranti che fondarono colonie stabili. Il ruolo dell’emigrazione temporanea o stagionale fu più rappresentativo per il periodo di sviluppo della società romena moderna, poiché fu di maggiore peso rispetto all’emigrazione permanente. Le cause che determinarono l’emigrazione per motivi di lavoro degli italiani possono mostrare meglio l’evoluzione storica del fenomeno manifestatosi nei territori romeni; possiamo parlare di un’emigrazione tradizionale per motivi di lavoro, determinata e mantenuta da ragioni proprie. La struttura dell’emigrazione temporanea cambiò all’inizio del XX secolo, quando lo spostamento di singoli (e numerosi) individui superò quello dei gruppi di lavoratori, a causa di un cambiamento della richiesta presente sul mercato di lavoro, determinata dallo sviluppo dell’industria e dalla riduzione delle costruzioni delle ferrovie che avevano utilizzato nella seconda metà dell’Ottocento qualche migliaia di lavoratori e alcuni ingegneri. Lasciando la patria per trovare posti migliori in cui vivere, gli italiani arrivati in Romania non ebbero sempre una vita facile. Pochi decisero dall’inizio di partire definitamente dall’Italia, molti di loro si stabilirono in terra romena con l’intenzione di rimanervi soltanto per un periodo determinato di tempo. Portandosi dietro la famiglia o fondandone una nuova nella terra d’accoglienza, molti italiani scelsero di rimanere in Romania. Così diventarono gli esponenti di un’emigrazione permanente, parte delle cellule presenti in tutto il mondo della cosiddetta Italia fuori d’Italia. Le aree d’immigrazione e d’insediamento di alcune comunità piccole o grandi scelte dagli italiani, dipesero in molti casi dal motivo principale (il lavoro) dell’arrivo in Romania, e soprattutto dalla specializzazione del capo famiglia: troviamo quindi tagliatori di legno nel villaggio di montagna di Brezoi, agricoltori nei villaggi vicini alle città quali Craiova e Iaşi, gli spaccapietra vicino a Câmpulung Muscel, i pietrai nella Dobrugia. Benché si possa ritrovare almeno un italiano in qualsiasi regione della Romania, le principali zone dove essi insediarono furono la Dobrugia (con le comunità rurali più sviluppate di Greci, Turcoaia e Iacobdeal, vicino le cave o i giacimenti di granito del Monte Măcin, alle quali si affiancò la comunità agricola di Cataloi), ma soprattutto la comunità urbana di Bucarest, la sola che superò la cifra di qualche migliaia di persone. A queste si possono aggiungere le comunità italiane censite nelle città di Ploieşti, Craiova, Turnu Severin, Câmpulung, Piteşti, Slatina, Călăraşi, Târgu Ocna, Galaţi, Brăila, Sulina, Constanţa, Iaşi, Sinaia, Predeal, Râmnicu Vâlcea, Târgovişte, ecc., che contarono da qualche decine di persone a qualche centinaia. Queste comunità furono fondate, in genere, negli ultimi decenni dell’Ottocento, però le prime colonie di Bucarest, Brăila e Galaţi apparvero già alla metà del secolo. Lo sviluppo dell’emigrazione temporanea dopo il 1865, che attinse l’apice nell’ultimo decennio dell’Ottocento, e l’apparizione delle colonie stabili, soprattutto quelle commerciali nelle città porto sul Danubio, Brăila e Galaţi, e quella agricola del villaggio Corneşti di Moldavia, trasferita poi a Cataloi, in Dobrugia, comportarono una necessità di assistenza e tutela dal parte dello Stato italiano e della Chiesa Cattolica. In mancanza di una legislazione nazionale e internazionale riguardante i lavoratori emigranti, i rappresentanti diplomatici dovettero intervenire in casi limite e nei problemi insorti tra gli operai e gli appaltatori, tra i contadini agricoltori e i proprietari terrieri, a causa dei contratti di lavoro conclusi in termini incerti e non favorevoli ai dipendenti. Le colonie stabili svilupparono anche il bisogno di assistenza scolastica per i loro bambini e religiosa per tutta la famiglia. Così che lo Stato italiano e la Chiesa Cattolica cooperarono per l’istruzione dei fanciulli prima dell’apparizione delle scuole governative italiane, fondate a seguito della Legge Crispi per le scuole italiane all’estero dal 1889. La cooperazione continuò negli anni successivi, così che i fanciulli e i giovani italiani poterono ricevere l’istruzione tanto nelle scuole cattoliche, quanto in quelle governative. I principali strumenti della politica dell’emigrazione italiana in Romania furono le scuole italiane, e dopo 1914-1915, la chiesa nazionale italiana di Bucarest. L’emigrazione italiana contribuì allo sviluppo socio-economico della Romania, ma anche a un cambiamento di idee, esperienze e informazioni con gli indigeni, dimostrandosi utile nel processo di modernizzazione del Paese. L’emigrazione italiana fu importante sia per i contributi collettivi, sia per quelli individuali. Gli italiani che si distinsero in questo periodo furono Roberto Gianelloni per la sua attività nel campo delle pensioni scolastiche private, Ernesto Gerbolini e Antonio Borghetti per la loro attività nell’industria alimentare della pasta e del pane, che li raccomandò tra più importanti produttori nel paese all’epoca, Gian Luigi Frollo, Orazio Spinazzola, Ramiro Ortiz nell’insegnamento della lingua italiana in Romania, Benedetto Franchetti da Mantova, Lucio Vecchi, Luigi Ademollo e Eduardo Caudella nell’insegnamento musicale o nello sviluppo della musica colta, Luigi Cazzavillan nella stampa romena con il giornale Universul, Fani Tardini per l’attività svolta nel teatro drammatico, Domenico Caselli per l’attività pubblicistica sopprattutto quella riguardante la storia di Bucarest, gli architetti e gli ingegneri Cesare Fantoli, Giulio Magni, Iginio Vignale, Gambara, Mario Stoppa, fratelli Axerio e molti altri per i loro contributi nel campo delle costruzioni, Agosto dall’Orso nel settore bancario, Clelia Bruzzesi per la sua attività di traduttrice. Tutti questi italiani fornirono il loro apporto in vari settori socio-economici e culturali, dando così il loro contributo alla modernizzazione dello Stato romeno.
URI: http://hdl.handle.net/2307/4187
Access Rights: info:eu-repo/semantics/openAccess
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