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Title: I PROCESSI DI AGGREGAZIONE DEGLI ISTITUTI DI CREDITO : LE OPERAZIONI DI TRASFORMAZIONE E DI FUSIONE DEGLI ISTITUTI DI CREDITO NEL NUOVO CONTESTO ECONOMICO-FINANZIARIO
Authors: FANTI, PIER GIORGIO
Advisor: PAOLONI, MAURO
Keywords: CRISI
FUSIONI
Issue Date: 2-Apr-2019
Publisher: Università degli studi Roma Tre
Abstract: La crisi finanziaria del 2008 ha fatto emergere a livello europeo le debolezze di un sistema che presentava già al suo interno elementi di instabilità. Gli effetti della crisi non si sono ancora esauriti, come attestato dalla circostanza che molteplici sono state e ancora sono le iniziative regolamentari adottate nel settore bancario finanziario, sia a livello europeo che internazionale. La inadeguatezza della struttura normativo regolamentare europea è emersa a seguito della crisi di Lehman Brothers che, cogliendo la vulnerabilità insita nell’Unione, facilmente si è propagata nei mercati europei con un effetto domino. Tra le tante iniziative, adottate nel corso degli anni, appare di particolare rilevanza, ai fini di introdurre un meccanismo di tutela dei depositanti/risparmiatori e perseguire un maggiore equilibrio del sistema bancario, ormai troppo interconnesso con quello finanziario-speculativo, il progetto che ha interessato la riforma del modello della “Banca universale”; soluzione che è stata già realizzata, in prima battuta dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna e, successivamente, da altri Paese europei (in particolare, Germania e Francia), e che è stata presa in considerazione poi dalle stesse istituzioni europee. La riforma, conosciuta come riforma strutturale bancaria, intende realizzare la separazione tra l’attività bancaria intesa nel senso tradizionale, raccolta dei depositi e esercizio del credito, da quella di investimento finanziario altamente rischioso o speculativo, caratterizzato da investimenti a breve e brevissimo termine. Il modello della banca universale “tutto fare” affermatosi oltre oceano e successivamente in Europa, pur con i suoi innegabili vantaggi, si è rivelato nella realtà un modello ad alto rischio ed ha indotto ad un ripensamento; tanto che le banche hanno dovuto implementare al loro interno dei nuclei appositi, talvolta direttamente nelle sale operative, che monitorano in modo continuo tutti i rischi a cui queste possono far fronte nelle operazioni quotidiane, tenendo conto dei limiti che la normativa vigente, e in continua evoluzione, impone. Si avrà modo di distinguere nell’elaborato le banche che i Regulators definiscono “significant” e che negli ultimi anni hanno subito la denominazione propria e parallela di “banche con rilevanza sistemica” che trovandosi in stato di insolvenza a causa del compimento di pericolose operazioni finanziarie speculative, hanno dovuto far fronte a molteplici interventi di carattere regolamentare, preservando comunque l’esercizio e il regolare funzionamento della tradizionale attività bancaria tutelando sempre e comunque i risparmiatori. È questo il punto di partenza che ha spinto, dapprima gli Stati, con riforme nazionali, e successivamente le istituzioni europee ad ipotizzare che tra i rimedi per prevenire le crisi bancarie, potesse inserirsi la separazione delle due specie di attività esercitate da una banca ai fini di contenere i rischi. Pertanto, la separazione ha l’obiettivo di scindere le due attività che possono essere svolte dalle banche, in modo tale da rendere autonome le attività destinate all’investimento e non influire, in caso di insolvenza, sull’erogazione dei servizi tradizionali di raccolta del risparmio ed erogazione del credito. In quest’ottica, il presente elaborato, intende analizzare le riforme nazionali già realizzate e la proposta europea di regolamento. L’ottica di fondo del legislatore europeo è di ampio respiro poiché la proposta di riforma strutturale si inquadra in un processo più ampio di regolamentazione del settore bancario e finanziario per renderlo più omogeneo e quindi più stabile. Il sistema bancario italiano non è stato inizialmente toccato dagli effetti della crisi finanziaria che parte nel 2007 e si propaga dagli Stati Uniti in Europa con grande virulenza. Le ragioni della crisi sono alla base delle ampie riforme predisposte oltreoceano e in Europa. Questo non significa che la crisi finanziaria abbia avuto in Italia un impatto inferiore rispetto ai nostri principali partner europei; gli effetti della crisi si erano infatti estesi con grande rapidità all’intera economia mondiale, determinando una contrazione del commercio internazionale che si sarebbe ripercossa quasi immediatamente sulla dinamica delle esportazioni. Questo aspetto in particolare aveva colpito pesantemente la Germania e l’Italia, vale a dire i due maggiori Paesi manifatturieri dell’Unione europea. Alla base di questa distonia dell’Italia rispetto alle altre grandi economie europee, vi sono una serie di fattori complessi su cui hanno inciso una serie di concause, politiche economiche istituzionali, sia interne, sia internazionali, su cui ci si soffermerà brevemente nel corso del lavoro. A questo elemento di debolezza strutturale, comune a tutti i Paesi dell’area Euro, occorre aggiungere l’insufficienza delle politiche anti-crisi messe in atto a livello delle principali Istituzioni europee. A questo dato, di per sé tutt’altro che irrilevante, occorre aggiungere, per quanto riguarda più specificamente l’Italia, date le dimensioni del nostro debito pubblico, la sottovalutazione del rischio di una crisi sistemica, innescata dall’insolvenza di qualche istituto bancario minore, che, come sopracitato, ha avuto modo di subire un assessment regolamentare. Tuttavia questo modo di procedere, ha determinato effetti negativi in diversi Paesi, tra cui l’Italia, in cui gli effetti della crisi finanziaria si erano manifestati con un lag temporale molto più ampio, in connessione con le politiche restrittive, attuate a partire dalla seconda metà del 2011, finalizzate alla riduzione del disavanzo; unico percorso possibile per contrastare gli attacchi speculativi al nostro debito pubblico. Determinando per questa via un effetto che si è mosso in senso opposto rispetto alle aspettative di riequilibrio della finanza pubblica, attese dalle politiche di austerità. In sostanza i principali Paesi dell’Unione sono intervenuti con una serie di misure straordinarie a carico della finanza pubblica per sostenere il sistema bancario, allo scopo di evitare l’effetto a catena che l’insolvenza di un primario istituto bancario avrebbe determinato all’interno di ciascun Stato. Nel secondo capitolo l’analisi si focalizza, inizialmente,sul bail-in, vale a dire il nuovo sistema di risoluzione delle banche il quale prevede che, in caso di dissesto finanziario di un istituto di credito, non sia più lo Stato ad intervenire (bail out) bensì nell’ordine: azionisti, obbligazionisti subordinati, obbligazionisti ordinari e detentori di depositi bancari superiori ai 100.000 €. Successivamente si prenderanno in esame i casi degli Istituti di credito sottoposti a salvataggio da parte dello Stato italiano come: Cassa di Risparmio di Ferrara, Cassa di Risparmio di Chieti, Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio e Banca delle Marche. L’indagine si concentra sulle cause del loro dissesto con particolare attenzione al problema della gestione del credito, dei conflitti di interesse e agli NPLs. In particolare si evidenzia il Decreto Legislativo 22 novembre 2015 n. 183, il quale ha permesso il salvataggio dei quattro Istituti attraverso la creazione di quattro enti- ponte (good bank) in cui far confluire le attività e le passività non deteriorate e la creazione di un’unica bad bank in cui raccogliere tutti i crediti inesigibili delle banche, con il compito di curarne la gestione. Infine viene esaminata la cessione delle quattro good bank a due Istituti italiani (Bper e Ubi Banca) a seguito dell’acquisto di tutti i crediti deteriorati da parte del Fondo Atlante II. Si avrà modo di approfondire un caso a tutti noto, la crisi della più antica banca del mondo, Banca Monte dei Paschi di Siena. Saranno dapprima esaminate le cause che hanno portato alla recessione dell’istituto senese soffermandosi soprattutto sulle problematiche legate ai derivati (operazione cosiddette “Alexandria” e “Santorini”), sull’acquisizione eccessivamente onerosa di Antonveneta e sul problema dell’accumulo di crediti deteriorati che ne hanno deteriorato il patrimonio. In seguito è esaminato il Decreto Legislativo 23 dicembre 2016 n. 237 attraverso il quale lo Stato italiano ha istituito un fondo da 20 miliardi da utilizzare per la ricapitalizzazione precauzionale delle banche riconosciute come solvibili. Nella parte conclusiva vengono prese in considerazione le vicende più recenti, a partire dalla bocciatura negli ultimi Stress Test dell’Eba (European Banking Authority), fino alla ricapitalizzazione precauzionale dello Stato divenuto azionista di riferimento con una quota superiore al 50%. Nella parte conclusiva del paragrafo si tratta della crisi attraversata da Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza. L’attenzione si concentra sulle caratteristiche principali delle banche Popolari come il voto capitario, lo scopo mutualistico e la possibilità di autodeterminare il prezzo delle proprie azioni previsto per le Popolari non quotate. Successivamente viene preso in considerazione il Decreto Legislativo 24 gennaio 2015 n. 3 che introduce una soglia massima all’attivo delle banche Popolari (8 miliardi di euro) oltre il quale è prevista la trasformazione in Società per Azioni. Infine, dopo aver analizzato i problemi emersi dalle ispezioni effettuate negli ultimi anni della Banca d’Italia ai due Istituti (“operazioni baciate”, sopravvalutazione del prezzo delle azioni e deterioramento del portafoglio crediti), si passa all’analisi delle conseguenze per le Popolari venete dell’entrata in vigore della norma citata per concludere con la disamina degli eventi più recenti, con l’ingresso di Fondo Atlante e la cessione delle “good bank” a Intesa Sanpaolo al prezzo figurativo di 1 €. Nella parte centrale del capitolo si introduce il tema delle fusioni e delle acquisizioni, dapprima in termini generali, per poi confluire nel focus di questa tesi: le operazioni di trasformazione e di fusione degli istituti di credito nel nuovo contesto economico-finanziario. Si è infatti assistito ad accorpamenti che hanno riguardato quasi tutti i maggiori istituti di credito, dovuti in parte ad un deciso concentramento di operatori e ad una crisi che ha riguardato molteplici banche locali che per sopravvivere si sono fuse tra loro, oppure sono state acquisite da realtà di maggiori dimensioni. Si delinea, inizialmente, il contesto normativo di riferimento e vengono evidenziati, in particolare, i cambiamenti di maggior rilievo introdotti dalla riforma del diritto societario del 2003. La trattazione si sofferma poi ad esaminare la natura giuridica delle fusioni. Lo studio riguarda l’istituto e la disciplina delle fusioni bancarie con un’analisi delle normative di riferimento del Testo Unico Bancario. La parte successiva evidenzia il ruolo della Banca d’Italia e della BCE che esercitano un'attività di controllo e vigilanza. Quindi una lettura della recente riforma del credito cooperativo, con particolare attenzione alle norme che innovano la disciplina delle fusioni. La parte conclusiva del capitolo ha come oggetto l’analisi del governo societario delle banche popolari coinvolte dalla riforma proposta dal decreto legge n.3 del 24 Gennaio 2015, attraverso una descrizione degli aspetti caratterizzanti tali istituti prima della riforma e le modifiche occorse in seguito alla sua applicazione. Esso, infatti, proponeva una rilevante modifica di alcuni aspetti che caratterizzarono per decenni la governance di questi istituti: il limite azionario, il massimo numero di deleghe che un socio poteva possedere, la clausola di gradimento, e altri ancora che successivamente si andranno a vedere. Un aspetto che più di altri ha caratterizzato queste tipologie bancarie, e che con la nuova legge è venuto a mancare, è stato il voto capitario, elemento proprio delle banche popolari sin dalle origini, insieme al carattere mutualistico: esso è stato sostituito dal voto proporzionale al numero di azioni possedute, determinando quindi il passaggio da “una testa, un voto” a “un’azione, un voto”. Il provvedimento in questione aveva lo scopo di adeguare il regime normativo degli istituti popolari coinvolti, considerato non più adeguato alla dimensione e alle caratteristiche assunte. Inoltre, esso aveva anche lo scopo di ampliare la platea di possibili finanziatori, anche stranieri, e di portare ordine in un settore che negli ultimi anni è stato caratterizzato da una profonda crisi finanziaria e creditizia, dovuta anche alla mala gestione di determinati management (si pensi a Veneto Banca, Bpvi, Banca Etruria). La trasformazione in S.p.a. con il relativo adeguamento della governance degli istituti popolari, a seguito dei presunti problemi evidenziati, risulta essere al momento quasi completa, con otto delle dieci banche coinvolte che hanno completato il mutamento, anche a seguito di campagne di fusione e acquisizione. Nel terzo capitolo l’attenzione si rivolge al Meccanismo Unico di Vigilanza (MVU), introdotto con il Regolamento UE n. 1024/2013, sul sistema dei controlli interni dei suddetti istituti e come è variato negli ultimi anni dopo il fenomeno della crisi finanziaria. Il nuovo sistema di vigilanza rappresenta un cambiamento epocale nella struttura della vigilanza bancaria europea, in quanto segna il passaggio da un modello basato su una vigilanza nazionale armonizzata ad un modello di vigilanza centralizzata. La creazione del MVU costituisce il primo passo dell’Unione Bancaria europea, un progetto che trova le sue origini già nel Trattato sull’Unione Europea (Trattato di Maastricht del 1992). La realizzazione di un’unione bancaria, a lungo perseguita anche se con formulazioni diverse, ha trovato slancio definitivo sulla scia delle pressioni esercitate dagli effetti della crisi finanziaria ed economica esplosa nel 2007-2008. Il Meccanismo di Vigilanza Unico è costituito da un network al quale partecipano la BCE (alla quale è stata affidata la responsabilità unica) e le Autorità nazionali degli Stati appartenenti all’Eurozona. Per gli Stati membri non aderenti all’euro è stato previsto un regime di adesione su base volontaria (cooperazione stretta). Il sistema dei controlli interni, invece, è un elemento fondamentale del complessivo sistema di governo delle banche; esso assicura che l’attività aziendale sia in linea con le strategie e le politiche aziendali e sia improntata a canoni di sana e prudente gestione. Nel quarto e ultimo capitolo è presentata la nuova definizione giuridica dei crediti deteriorati, introdotta dall’European Banking Authority nell’ottobre 2013 con le Recommendations on asset quality review, in seguito, nel 2014 con l’EBA Final draft Implementing Technical Standards, che ha permesso di armonizzare le definizioni tra i vari Stati, semplificando i confronti, anche se l’applicazione della nuova definizione da parte delle banche dell’area euro non è stata uniforme. La Circolare italiana n. 272 ha poi recepito le novità in materia di qualità del credito attraverso dei successivi aggiornamenti. I Non-performing loans, tradotto letteralmente "prestiti non performanti", sono crediti di difficile riscossione. Il trend crescente dei crediti deteriorati è iniziato con la crisi economica del 2008 ed ha mostrato una correlazione forte e negativa con la ripresa economica. La quota di NPLs è generalmente considerata un indicatore del rischio di credito e i fattori che ne determinano l'ammontare appartengono sia alla categoria macroeconomica, che a quella bancaria. In Europa e specialmente in Italia il problema è ancora lontano dal raggiungimento di una soluzione soddisfacente e definitiva. In seguito l’attenzione è posta sull’impatto dei crediti deteriorati sull’offerta di credito. Si tratta di una conseguenza di notevole interesse perché coinvolge l’economia reale (famiglie e imprese) ed è, perciò, un argomento sensibile dal punto di vista sociale e politico, nonché un argomento di primaria importanza nel nostro paese dove si ha una prevalenza di piccole e medie imprese. Sempre nello stesso capitolo sono illustrati gli effetti di feedback tra l’economia finanziaria e quella reale, ponendo l’accento su quelli riguardanti i NPLs. Nel capitolo trova spazio una rappresentazione della situazione attuale, riguardante l’Europa e, prevalentemente, l’Italia, con dati del Fondo Monetario Internazionale, del Meccanismo europeo di stabilità e della Banca d’Italia. È presentato, inoltre, uno studio che riguarda la gestione dei NPLs tra le principale banche italiane. Infine sono esposti, dal punto di vista teorico, i possibili rimedi che possono essere implementati, a livello sia europeo che nazionale, per cercare di risolvere e/o alleviare il problema, dopodiché sono illustrate nella pratica le riforme adottate o che sono in una fase di dibattito tra i vari organi competenti e le parti interessate.
URI: http://hdl.handle.net/2307/40697
Access Rights: info:eu-repo/semantics/openAccess
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Dipartimento di Economia Aziendale
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