Please use this identifier to cite or link to this item: http://hdl.handle.net/2307/3908
Title: L'arco "di Druso" sulla via Appia
Authors: Di Cola, Valeria
metadata.dc.contributor.advisor: Manacorda, Daniele
Issue Date: 3-May-2012
Publisher: Università degli studi Roma Tre
Abstract: La mia ricerca ha per oggetto il così detto “arco di Druso”, il fornice che scavalca la via Appia poco prima di uscire dalla porta omonima. L’attuale denominazione rivela una attribuzione ancora indeterminata, alla quale fa paradossalmente riscontro una notevole fama testimoniata da un ricco repertorio di iconografie e da un nutrito nucleo di fonti bibliografiche, benché parziali nell’approccio. Un interesse così longevo non ha tuttavia sciolto il nodo principale della problematica che riguarda l’arco: la coesistenza in un unico monumento, deturpato dal tempo, di due identità cronologicamente e tipologicamente distinte. Identificato in epoca antiquaria come l’Arcus Drusi, ricordato dai Cataloghi Regionari tardo-antichi, cioè quell’arcus marmoreus ornato di trofei tributato dal Senato al generale Druso Maggiore in età augustea, l’arco, a partire dalla seconda metà del XIX secolo, è stato invece interpretato soltanto come fornice monumentale dell’acquedotto antoniniano, costruito da Caracalla all’inizio del III secolo per alimentare le proprie terme. Il monumento, tuttavia, conserva ancora su di sé tracce evidenti di una vita anteriore alla trasformazione in speco, inquadrabile nell’ambito del I secolo, nella quale doveva configurarsi come un arco a un fornice, in opera quadrata di travertino rivestito di marmo. L’indagine, che ha preso avvio da queste premesse, si è avvalsa innanzitutto del vasto repertorio iconografico, costituito da vedute, disegni, fotografie storiche che ritraggono il monumento, prodotto tra il XV e il XX secolo. L’uso di questo strumento ha consentito di conoscere non solo l’evoluzione del paesaggio intorno all’arco, avvenuta al ritmo di significative trasformazioni, ma anche di individuare i segni che queste hanno lasciato su di esso. Una volta isolate le tracce attribuibili alla fase originaria dell’arco è stato intrapreso lo studio architettonico del manufatto, finalizzato a un possibile inquadramento cronologico del monumento. Correlando gli elementi strutturali interni all’arco con i dati ricavati dai diversi sistemi di fonti indagate si è definita una possibile datazione della costruzione del monumento originario, che possiamo interpretare come un arco onorario del I secolo d.C., edificato dopo lo spianamento del Clivo di Marte. Non è possibile accertarlo, ma vi è la forte suggestione che esso possa coincidere con l’Arcus Drusi ricordato dalle fonti scritte; essendo l’arco conservato presso la porta Appia, un edificio tipo logicamente affine alle architetture claudie (ad es. le sostruzioni del Tempio del Divo Claudio, o le arcate dell’Aqua Virgo), si potrebbe supporre, in via del tutto ipotetica, che sia stato proprio Claudio, il figlio di Druso, a costruire, o a ri- costruire, il monumento paterno sulla via Appia. Durante il regno di Caracalla, l’arco subisce una fase di rimonumentalizzazione, in occasione della costruzione delle Terme Antoniniane. La necessità di addurre acqua all’impianto balneare, rende necessario il passaggio di un acquedotto, che dovendo scalcare la via Appia, viene in parte costruito sopra l’arco “di Druso”. L’operazione deve aver provocato la rottura dell’attico dell’arco originario, poiché lo speco aveva necessità di raggiungere una quota precisa (42 m s.l.m circa). La presenza di alcuni elementi architettonici sul lato nord dello speco, sistemati a comporre un frontone, suggeriscono che Caracalla, costruendo l’acquedotto, abbia anche previsto una rimonumentalizzazione dell’arco riutilizzato, forse già in rovina. In un momento difficile da precisare, e che possiamo solo ipoteticamente immaginare posteriore a Caracalla, l’arco viene spoliato del rivestimento marmoreo; questa operazione, che non sappiamo se sia avvenuta in un solo momento o in un periodo di tempo più lungo, doveva essersi conclusa nel momento in cui il fronte meridionale dell’edificio viene monumentalizzato nuovamente, con l’applicazione di un ordine architettonico decorativo, poiché per mettere in opera gli elementi della composizione si è proceduto a scalpellare la superficie in travertino dell’arco, già privo del rivestimento. Dalle fonti iconografiche e cartografiche possiamo dire quasi con certezza che l’intervento si sia verificato entro i primi decenni del Cinquecento. Non conosciamo la ragione precisa di una così vistosa e importante operazione; possiamo solo immaginare che possa essere stata legata a uno dei trionfi celebrati a Roma nel corso del Cinquecento (Carlo V, Marcantonio Colonna), oppure a programmi di sistemazione urbanistica, pur frequenti in questo periodo. Nella prima metà dell’Ottocento, l’arco assume l’aspetto attuale. Nell’ambito dei restauri ai monumenti antichi promossi da Gregorio XVI, anche l’arco “di Druso” è interessato da radicali modifiche. Il cantiere di restauro è affidato a Luigi Canina, che dal 1838 al 1840 procede alla liberazione dell’arco dalle strutture della controporta della porta Appia addossateglisi nel corso dei secoli; per valorizzare ancor di più la vista del monumento, Canina realizza due muraglioni di contenimento a tenaglia ai lati dell’edificio, che ancora oggi delimitano la piazzetta a ridosso della porta Appia.
URI: http://hdl.handle.net/2307/3908
Access Rights: info:eu-repo/semantics/openAccess
Appears in Collections:X_Dipartimento di Studi storico-artistici, archeologici e sulla conservazione
T - Tesi di dottorato

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