Please use this identifier to cite or link to this item: http://hdl.handle.net/2307/3751
Title: Crisi d'impresa e situazione economico-finanziaria di gruppo
Authors: Paolucci, Stefano
metadata.dc.contributor.advisor: Manni, Francesco
Issue Date: 5-May-2011
Publisher: Università degli studi Roma Tre
Abstract: Nella letteratura specializzata il concetto di crisi risulta variamente definito. Alcuni autori utilizzano tale termine come sinonimo di insolvenza, considerando un’impresa in stato di crisi solo nel caso in cui la stessa non fosse in grado di poter fronteggiare le proprie obbligazioni, altri definiscono la crisi come momento puntuale e conclusivo di un ciclo gestionale negativo, identificandola nella mancanza di profitti o nella perdita del capitale; altri ancora, con orientamento giuridico, considerano un’impresa in crisi, quando questa giunge al fallimento o approda ad un’altra procedura concorsuale. In ogni caso quale che sia la definizione di crisi adottata, ciò che appare rilevante è il fatto che quest’ultima sia generalmente considerata come un fenomeno patologico, che si manifesta comunque con pesanti squilibri di natura economica, patrimoniale e finanziaria. Più di trent’anni fa, in un articolo intitolato “La crisi d’impresa e suo risanamento” pubblicato sulla rivista “Banche e Banchieri”, Pellegrino Capaldo individuava le cause tipiche della crisi: crisi finanziaria: quando l’azienda non ha la possibilità di procurarsi i mezzi finanziari adeguati per quantità e qualità alle esigenze di una gestione che altrimenti sarebbe economicamente equilibrata; crisi economica: quando vi è una scarsa domanda di beni e servizi oggetto della produzione dell’impresa, oppure in presenza di costi di produzione più alti della concorrenza; crisi economico-finanziaria: si verifica quando le caratteristiche del dissesto non permettono di ricondurla in particolare a nessuna delle due casistiche precedenti. Ci si trova di fronte ad uno squilibrio economico imputabile a un soverchiante carico di oneri finanziari dovuto a pesante indebitamento su investimenti che non si sono rivelati produttivi e che hanno portato a perdite negli esercizi precedenti. Le modalità di superamento della crisi assumono caratteristiche diverse a seconda delle cause che la generano ed a seconda che si parli di impresa privata o pubblica. Tralasciando le modalità di risanamento dell’impresa pubblica poiché intervengono ragioni di diverso ordine: politico, sociale, strategico-economico, giuridico, e tralasciando altresì, le norme di legge volte a facilitare il superamento delle difficoltà di imprese in crisi, nell’impresa privata il risanamento è possibile quando vi siano i presupposti per suscitare l’interesse di un nuovo capitale che intervenga in quanto percepisce la convenienza a prendere in carico la crisi poiché si intravede la possibilità di una gestione efficiente, sia dal punto di vista economico che finanziario. In presenza di una crisi finanziaria, nell’impresa privata, il risanamento appare conveniente se l’impresa è in grado di remunerare, ai saggi di mercato, il capitale occorrente per riequilibrare la struttura finanziaria o per realizzare alcuni investimenti; chiaramente questa situazione comporterà modifiche dell’assetto proprietario dell’azienda, in quanto chi si dà carico del risanamento vuole essere in condizione di controllare l’impresa e spesso accade, infatti, che l’attuale gruppo di controllo si apra in varie forme ad altri portatori di capitale, oppure rinunci al controllo (ponendosi in posizione di minoranza) o ceda addirittura l’impresa a chi è in grado di trarla dalla crisi. Nell’ipotesi di crisi economico-finanziaria, il superamento richiede che i creditori rinuncino in tutto o in parte ai loro crediti o alla prestabilita remunerazione, tali crediti infatti sono da ritenersi già interamente o in parte perduti e quindi non recuperabili. Di norma la rinuncia dei creditori risulta essere la strada più vantaggiosa perché consente sia un maggiore recupero del credito, sia l’avvio di proficui rapporti di fornitura una volta che l’impresa sia stata risanata. Nel caso di crisi economica, infine, i presupposti per il risanamento ricorrono quando, anche attraverso forme di integrazione con altre imprese, si ritiene soddisfatta una condizione minima e cioè che il risanamento consenta di recuperare, sugli investimenti in essere, più di quanto sarebbe possibile mediante lo scioglimento dell’impresa. All’interno delle diverse forme di integrazione tra imprese, una che assume una certa rilevanza ai fini del risanamento di una situazione di crisi è sicuramente quella dell’appartenenza ad un gruppo, dove con la parola gruppo si fa riferimento ad un complesso di due o più aziende esercitate da distinte società, aventi, quindi, ognuna un proprio soggetto giuridico, ma controllate tutte dallo stesso soggetto economico, ovvero vi è la presenza di una persona o di un gruppo di persone che hanno il potere di determinare l’indirizzo di gestione su più imprese che si presentano autonome sotto il profilo giuridico. In questi casi l’economicità aziendale, cioè la capacità dell’impresa a remunerare congruamente i fattori della produzione (condizione indispensabile per durare nel tempo), non va più vista in riferimento alla singola impresa, ma va considerata in relazione al contributo che essa da e/o riceve in un contesto economico più ampio ma economicamente unitario. Non sono rari i casi in cui imprese precedentemente in perdita vengono mantenute in vita per i vantaggi che esse arrecano al gruppo cui appartengono o che, isolatamente considerate, non sono economiche e invece lo diventano entrando a far parte di un gruppo per i vantaggi che ne traggono. In dottrina si esprime questo concetto parlando di: economicità in seno al gruppo; economicità in funzione del gruppo; economicità collettiva o macroeconomicità. Con la prima espressione si intende fare riferimento a quelle imprese che fuori dal gruppo non sono economiche (e quindi sarebbero destinate alla liquidazione o, peggio, al fallimento) e diventano economiche entrando a far parte di un gruppo di imprese con le quali creare sinergie operative, o altri vantaggi gestionali ed organizzativi, con risparmio di risorse e miglioramento dei risultati. Le imprese del secondo tipo, invece, sono imprese che, nonostante i vantaggi, neanche dentro il gruppo riescono ad essere economiche ma vengono ugualmente mantenute in vita per i vantaggi che esse creano alle altre aziende del gruppo e l’eventuale loro anticipata liquidazione creerebbe al gruppo maggiori danni della perdita da essa periodicamente sofferta. In questi casi è conveniente per il gruppo accollarsi ogni anno la perdita di detta impresa compensata dalle utilità che ne traggono dal suo mantenimento in vita. Analogo ragionamento può essere fatto riguardo all'economicità collettiva o macroeconomicità. Qui ci troviamo di fronte analogamente ad imprese non economiche ma che vengono mantenute in vita, o addirittura costituite, in virtù delle utilità arrecate alla collettività di una determinata zona, di una regione o dell’intero paese. Si parla, a tale proposito, di economie esterne all’impresa o all’azienda valutata ed evidenziata dall’Ente pubblico (Stato, Regione, Comune..) che le controlla e che contribuisce a mantenerle in vita. Con l’analisi effettuata sull’andamento del Gruppo Fiat nel periodo compreso tra il 1998 ed il 2006 si è studiata la situazione di un gruppo che nel periodo oggetto di studio si è trovato ad affrontare tematiche del tipo delineato e si è voluto dimostrare come il Gruppo sia riuscito a porre fine ad uno dei periodi più neri della sua storia pur trovandosi in uno stato di profonda crisi al termine degli anni novanta, culminata poi con le perdite rilevate negli anni tra il 2001 ed il 2004 a causa della mancata sostituzione di prodotti ormai obsoleti e dell’incalzante competitività dei concorrenti giapponesi; tuttavia il Gruppo è riuscito a tornare all’utile nel 2005, proseguendo il trend positivo negli anni successivi fino al 2009, anno negativo per tutto il settore auto. Dall’analisi del bilancio di Fiat Auto S.p.A., società capogruppo, è emerso come l’andamento economico/finanziario della holding abbia ricalcato quello complessivo di gruppo. Il risultato positivo ottenuto da Fiat Auto S.p.A. nel 2005 non è frutto dell’attività industriale (tanto che l’utile operativo è risultato ancora negativo anche se migliore degli anni precedenti) ma è dovuto principalmente a fattori straordinari, come, accordi presi dal management negli anni precedenti; è sufficiente ricordare il mancato esercizio dell’opzione Put con la quale Fiat avrebbe potuto vendere a General Motors la residua partecipazione in Fiat Auto Holdings BV e che invece ha reso alla casa torinese un indennizzo di 1.550 milioni di euro. Ciò nonostante, Fiat Auto S.p.A. è stata mantenuta in vita per le sinergie con le altre aziende del gruppo e per i vantaggi d’immagine per l’intero gruppo di appartenenza, al punto che è notizia di questi giorni che il 2010 per Fiat è stato l’anno del ritorno all’utile ed ha superato tutti i target e le previsioni degli analisti. Il consiglio di amministrazione del gruppo ha annunciato che gli utili netti si sono attestati a 600 mln. di euro contro gli 848 persi nel 2009, mentre i ricavi sono saliti del 12,35% a 56,3 miliardi. Netta riduzione, quasi un dimezzamento, per l’indebitamento: da 4,4 a 2,4 miliardi. La casa torinese, inoltre, ha confermato gli obiettivi finanziari previsti nel piano 2010 – 2014 che erano stati anticipati in aprile. Il consiglio di amministrazione proporrà all’assemblea degli azionisti il pagamento di un dividendo complessivo pari a 155,1 mln. di euro. Nel 2010, per quanto riguarda il settore auto, sono stati conseguiti ricavi per 27,9 miliardi, in crescita del 6%. L’effetto della contrazione dei volumi delle vetture è stato compensato dall’incremento delle vendite dei veicoli commerciali leggeri (+27%). Complessivamente sono state 2.081.800 le auto ed i veicoli commerciali leggeri consegnati, con un calo del 3,2%. Le consegne 2010 includono circa 13.500 unità di prodotti Chrysler, Jeep e Dodge: l’avvio dell’attività di distribuzione di questi marchi attraverso la rete commerciale europea del gruppo è stato completato. Nel quarto trimestre il mercato dell’auto ha proseguito la riduzione in Europa (-8,9%) e in Italia (-23,8%) rispetto al 2009. In particolare la quota del gruppo è stata in Italia del 28,5% (-3%) e in Europa del 6,8% (-1,5%). A dimostrazione che il risultato ottenuto è frutto esclusivamente dell’attività industriale, l’amministratore delegato ha sottolineato che Fiat non sta lavorando a cessioni di asset, ma non esclude operazioni del genere in futuro.
URI: http://hdl.handle.net/2307/3751
Access Rights: info:eu-repo/semantics/openAccess
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X_Dipartimento di Scienze aziendali ed economico-giuridiche

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